Il mese di maggio è stato molto duro per me. Non è la prima volta che affronto un momento difficile, ma prima d’ora non mi ero mai sentito in questo stato d’animo. Non è una di quelle crisi in cui senti veramente dolore, in cui fai fatica a mangiare e in cui se non trovi una valvola di sfogo immediata rischi di impazzire, anzi: la sofferenza la provi “solo” quando ti capita di vedere, udire o pensare qualcosa che colleghi, più o meno direttamente, alla causa del tuo mal. Nel resto del tempo, però, è come se ti sentissi vuoto, come se ti avessero prosciugato le energie fisiche, cerebrali ed emotive: ogni cosa ti costa una fatica immane, dalle cose magari meno piacevoli come lo studio a quelle che più ti stanno a cuore come la chitarra. La prima crisi può essere paragonata ad una ferita: l’episodio traumatico avviene in maniera molto rapida, tutto il dolore ha origine nel punto danneggiato e, sebbene abbia ripercussioni anche altrove, sai che curando l’infortunio potrai tornare alla normalità. Questa, invece, è più come un’infezione virale che si propaga in tutto il tuo corpo, non ti dà un punto di riferimento specifico e, piano piano, punta a conquistare la totalità del tuo essere ed un altro continente a sua scelta. Inoltre, curare un organismo affetto da virus è molto più complicato rispetto ad un trauma ben localizzato e, se non si agisce con la dovuta celertà, si possono correre gravi rischi per la propria salute. Piano piano, lento ma costante, ne sto uscendo. Come ho scritto nel mio post sul Superbowl, sono questi i momenti in cui si imparano le lezioni: approfitto dunque del miglioramento della situazione per condividere con voi quello che ho imparato durante questo periodo.
Ho imparato che “gli amici si vedono nel momento del bisogno”: sarà anche una banalità, ma è una sacrosanta verità. C’è stato chi, pur essendo benissimo a conoscenza della mia situazione, non si è mai fatto vivo. Chi passava tranquillamente sopra ad ogni accenno alla mia non rosea situazione. Chi, i peggiori in assoluto, ti “ascoltavano” poi ti liquidavano con i soliti 2-3 consigli del cazzo. Ma c’è stato anche chi si è preso la briga di chiedermi “ti va di parlarne?”, mi ha ascoltato (stavolta senza virgolette) e ha fatto un sincero sforzo per capirmi: magari alla fine si è limitato a dire “Tommy, mi dispiace tanto”, ma è stato più che sufficiente. Io, per natura, non serbo rancore e non inizierò certo adesso, ma è stato un buon test per capire meglio a chi frega qualcosa di me.
Ho imparato la lezione speculare di quella precedente, ovvero come capire a chi vuoi veramente bene. Anche nei momenti più bui, leggere di un amico la cui vita sta finalmente iniziando a tornare sui binari giusti e che ora può dire “le cose importanti sono ok” mi ha reso felice. Idem il sapere che lo stage all’estero di un altro ragazzo, dopo un inizio non facile, si sta rivelando un’esperienza indimenticabile. Lo mismo per la mia migliore amica ed il suo MAE che, se non altro, le sta dando la tanto sospirata occasione di vivere da sola per un certo periodo di tempo. Invece, leggere le varie personalità bipolari tra i miei contatti di Facebook (tra cui regnano incontrastati quelli che un tempo erano sedicenti “single e felici” ed ora sono tutti pucci pucci: occhio che vi viene il diabete!) e resistere alla tentazione di lasciare commenti sarcastici al limone sulle loro bacheche mi ha fatto capire chi, al momento, è un mio “amico” solo sul social network di Zuckerberg.
Ho imparato che il celebre mito della mela tratto dal Simposio di Platone è da considerarsi alla stregua dell’altrettanto famosa corazzata Kotiomkin di fantozziana memoria. Un po’ mi duole dissacrare colui che dà il nome a questo blog, però leggere che l’essere umano non sarebbe altro che la metà imperfetta di un intero perfetto da realizzarsi tramite l’unione con un altra persona mi fa scuotere la testa. Ma stiamo scherzando? Sono solo i deboli quelli che cercano la felicità in altre persone. Con questo non voglio dire che sia auspicabile una vita da eremita o da Forever Alone, ma che bisogna trovare in noi stessi ciò di cui abbiamo bisogno. Che felicità possiamo dare ad un’altra persona, se non siamo capaci di stare bene da soli? Noi non siamo una cazzo di mela a metà, noi siamo (o dobbiamo imparare ad essere) uno splendido paesaggio, un po’ come quello che vedete nello header del blog: se c’è anche l’arcobaleno tanto meglio, ma sarebbe magnifico anche senza.
Ho imparato che bisogna evitare di remare controcorrente se non è strettamente necessario. Nei momenti di tristezza c’è chi consiglia di uscire fuori e svagarsi, di non pensare a ciò che ci affligge, di provare a divertirsi. Eppure, i centri emozionali del nostro cervello, durante questa fase, sono programmati per rilasciare ormoni che riducono la nostra energia e la nostra predisposizione verso il mondo esterno: il nostro corpo ci invita ad elaborare il dolore, fisico e/o morale, a comprendere il nuovo scenario creatosi e a ripartire solo dopo. Forzare le tappe è solo controproducente, ma ciò non significa che non si debba lavorare alacremente per rendere questa sosta ai box il più breve possibile. È anche per questo che è così importante avere qualche passione individuale, qualcosa che si possa fare da soli e per sè stessi, che ci permetta di isolarci momentaneamente dal mondo esterno e che ci dia quantomeno sollievo.
Ho imparato che nella vita serve coraggio. “Uno non se lo può dare” diceva Don Abbondio ne I promessi sposi, eppure bisogna proprio imparare a darselo: ogni cambiamento, sia profondo che di atteggiamento, richiede delle scelte importanti che necessitano coraggio. Anche una cosa che dovrebbe essere perfettamente logica e lineare come eliminare le cause della nostra sofferenza ed impegnarci in attività potenzialmente gratificanti dal punto di vista umorale richiede coraggio. Purtroppo il nostro cervello è molto abitudinario e non reagisce benissimo alle prospettive di cambiamento, instillandoci paura: bisogna essere più forti e prendere delle decisioni, anche drastiche, che magari sul momento ci faranno soffrire ancora di più, ma che ci permetteranno di tornare felici nel medio periodo. Fare leva su questo concetto aiuta molto: provate ad immaginare il dolore che proverete se rimarrete nello status quo e, dopo, il piacere che sentirete una volta terminata la fase di transizione. Concentratevi abbastanza da arrivare a sentirlo: con me ha funzionato alla grandissima.
Ho imparato a meditare in maniera diversa: se prima cercavo di raggiungere uno stato di totale quiete ed assenza di pensieri, ora cerco la piena consapevolezza, almeno di me stesso. È così che ho capito che prima di tornare ad espandere il tuo ki devi prima depurarlo di tutte le scorie che ha accumulato ed è così che ho scoperto il Muay Thai, eccellente mezzo per espellerle. Un po’ come quando si viene morsi da una vipera e si è privi del siero: si cerca di succhiare il sangue avvelenato per poi sputarlo e ripartire senza tossine in corpo.
Ho imparato che “ciò che non uccide rende più forti” è un’altra sacrosanta verità. Forse parlo troppo presto, forse dovrei aspettare che questo momento arrivi ad una conclusione definitiva e di trovarmi di nuovo in una situazione come quella che ha generato questa crisi, ma in questo istante mi sento decisamente più forte. È come se mi avessero impiantanto uno scheletro in adamantio o come se potessi contare su un’armatura Mark VI: non solo penso di aver imparato dai miei errori e sono fermamente determinato a non commetterne più di analoghi, ma anche per le altre persone sarà molto più difficile ferirmi. All’inizio del post paragonavo la mia situazione ad un virus: una volta guariti da un’infezione virale, vengono prodotti anticorpi specifici che impediscono di contrarre quella malattia una seconda volta. Rimane solo da terminare la guarigione.
Chiudo il post con questa canzone. Tempo fa non riuscivo neanche ad ascoltarla per via di due bruttissimi ricordi ad essa legati, invece ora riesco ad assaporarne il testo e mi permette di guardare al domani con più serenità. Anche questo è un bel segnale di cambiamento.
Bravo Tommy, così ti voglio!
Su "ciò che non uccide rende più forti" mi sono trovato a riflettere anch'io spesso, e non sono così sicuro che sia vero. Cioè, forse dipende da che punto di vista lo consideri. Sicuramente la tua argomentazione non fa una piega: anche io ho acquisito più serenità e consapevolezza dalle forti scottature passate, e questo in linea di principio dovrebbe diminuire le probabilità di riviverle in futuro. Però…
Però non possiamo tenere davvero tutto sotto controllo, e ci sono sempre avvenimenti indipendenti dalla nostra volontà. E se malauguratamente dovessi rivivere certe situazioni che mi hanno fatto stare male, stavolta non so se e come ne uscirei. Perché ogni disavventura è una goccia che batte sempre sullo stesso dannato punto di un nervo che si sta pian piano logorando, e ogni volta sento la mia psiche scricchiolare sotto il peso non solo degli eventi presenti, ma sotto la somma dei pesi di tutti gli eventi passati, grandi e piccoli, fino a ingigantire anche quelle che sembrano inezie. Ciò che non uccide, quindi, può sì dare consapevolezza ma può anche spingerti un po' più in là verso il baratro.
Per il resto sono d'accordo con te che il cervello è un abitudinario, e canta un lieto ritornello che non c'entra un cazzo ma che piace ai giovani.
Bruttoformo
Carissimo, sono molto felice di leggere quello che ho appena letto (oltre che molto onorata della citazione). Sono convinta da sempre che meriti felicità e sono sicura che l'avrai. Purtroppo una mente onesta, curiosa e consapevole ed una sensibilità come la tua sono spesso macigni quasi insopportabili da portare, ma questo è il prezzo da pagare per essere Persone con la P maiuscola. Qualsiasi cosa succeda, spero di avere l'onore di continuare ad esserci sempre. In questo momento vorrei abbracciarti ma non posso..quindi ti dedico la cosa più preziosa che ho in questo momento: la Gioa che un incontro speciale mi ha regalato e l'energia e la forza che il desiderio di contrastare le ingiustizie riesce a far scaturire nelle persone oneste. Spero che la consapezolezza e la volontà siano sempre con te. Ti voglio bene.
Giulia
Giuro che questo post mi ha lasciato a bocca aperta. E' vero, ci siamo persi di vista negli ultimi anni, e la conseguenza di ciò è che fondamentalmente ho perso parti della tua vita. Sono sincero, sono incazzato perchè è colpa mia. Morale, non so quale sia il problema che ha creato questa crisi esistenziale, e devo dire che mi ha reso triste sapere questa notizia….Ma sono d'accordo con te su molti punti del tuo post, uno su tutti: "ciò che non ci uccide ci rende più forti". Verissimo. Nel passato, ma anche nel presente purtroppo, ne so qualcosa: alla fine, però, il carattere ti permette di resistere. Io so che tu hai carattere, e sono certo che questo tuo momento di empasse passerà.
Inoltre….ho pensato se darti un consiglio un meno… C'ho pensato a lungo, ma mi sono reso conto di avertelo appena scritto, e tutto il resto risulterebbe quantomeno banale.
Muy bien, ti ho stressato fin troppo: rinnovo in un primo futuro l'invito a vederci se ti può andare… Ad ogni modo nei prossimi giorni mi farò vivo io…
A presto acciaiere…..
Il Digen