ASC

In fondo, non sono un fenomeno nuovo: sono vecchi almeno quanto i primi mass-media e sono cresciuti di pari passo con la standardizzazione di costumi e pensieri. Al giorno d’oggi, però, sembra di assistere ad un notevole aumento di coloro che rientrano in questa categoria: forse perché tramite i social network si ha una maggiore consapevolezza di ciò che fanno persone che vedi raramente, forse perché la loro stessa natura (in particolare quella di Facebook) ha portato all’esasperazione del fenomeno o forse perché sono io che ci faccio più caso. Sto parlando di quella figura antropologica che possiamo etichettare con la dicitura “alternativo” o, per gli anglofili, “hipster“. In particolare, esiste una sua forma degenerata che, ai miei occhi, è particolarmente irritante: d’ora in poi la chiamerò, per semplicità, ASC, acronimo di “alternativo senza contenuti”. Breve excursus etimologico: la definizione nasce nel maggio del 2006 su quello che, all’epoca, era il forum del glorioso Torneo MEF. Zeman, membro storico del medesimo, lanciò un thread piuttosto polemico sul significato del 25 aprile: su di esso intervennero, oltre all’autore, due suoi ex-compagni di classe ai tempi del liceo, Salt e Chicco. Quest’ultimo chiosò il suo intervento con la seguente frase: “Leggi la cosa in modo più critico e super-partes, vuoi fare l’alternativo senza contenuti, che suona ancora più banale di chi canta Bella Ciao“. In un mondo come quello del MEF, dove ogni epiteto è tollerato indipendentemente dalla portata offensiva purché creativo, una simile definizione non poteva passare inosservata ed infatti entrò di diritto nel suo dizionario. Insomma, ci ho girato tanto intorno ma non ho ancora spiegato bene cosa si intende per ASC: è colui che prende il concetto di “bastian contrario” e lo condisce con un dressing di arroganza, astio e superbia. Non solo deve sempre e comunque andare nella direzione diametralmente opposta a ciò che è considerato mainstream nel suo microcosmo (l’ASC tende ad avere una visione piuttosto ristretta del mondo), ma deve sempre scegliere un obiettivo tra i più popolari, dissacrandolo nella maniera più politicamente scorretta possibile, ingiuriando chiunque nutra un barlume di simpatia nei confronti del malcapitato e chiosando con una frase ad effetto che, ovviamente, sottolinea il suo essere estraneo (e superiore, ça va sans dire) a tutto ciò. Se questo comportamento derivasse da una base di onestà intellettuale, mi starebbe anche bene: il problema è che l’ASC è un personaggio, una maschera. Le sue polemiche non sono frutto di un’autonomia di pensiero, ma della volontà di distinguersi a tutti i costi dalla tanto vituperata “massa”, di mostrare al mondo intero che lui è un pensatore libero e non si fa certo influenzare dalla cultura mainstream. Tempo fa, chi seguiva le mode del momento per poi fare l’esatto contrario e vantarsi della propria indipendenza veniva chiamato “ipocrita” e, come spesso dico, nell’era delle “escort” sarebbe il caso di tornare a chiamare le cose con il loro nome. Si può dire che l’ASC cerchi popolarità attraverso l’impopolarità (non a caso, uno dei suoi idoli è spesso Josè Mourinho): prende di mira bersagli dal grande seguito ma, secondo i suoi calcoli, i consensi che così facendo si aliena li guadagna presso coloro che dovrebbero (e sottolineo “dovrebbero”) guardare con ammirazione al suo essere alternativo. Già, perché l’ASC riesce effettivamente a racimolare qualche seguace: peccato che, a parte rare eccezioni, siano altri ASC o persone che qualcuno definirebbe “non esattamente fulmini di guerra”. Un’altra cosa che mi fa innervosire dell’ASC è che, spesso, ha un livello culturale ed un quoziente intellettivo magari non eccelsi ma sicuramente superiori alla media: avrebbe quindi tutte le carte in regola per avere un pensiero realmente indipendente, ma, come abbiamo visto, a lui/lei piace apparire e le sue facoltà intellettuali vengono utilizzate per cercare la maniera più provocatoria di mettere giù un concetto e non per elaborare il medesimo. Un fenomeno piuttosto interessante si verifica quando su Facebook (l’ASC ufficialmente ripugna lui e gli altri social network, in realtà ne fa un uso smodato) qualcuno critica il suo pensiero “adducendo motivazioni plausibili” (cit.). Quando ciò avviene, possono accadere tre cose:

  1. l’ASC non risponde e lascia cadere il post nel dimenticatoio.
  2. l’ASC ritratta almeno parzialmente la sua tesi, magari dicendo di essere stato frainteso.
  3. l’ASC attacca la posizione altrui seguendo un metodo imparato da Niccolò Ghedini, Giuliano Ferrara o dai troll di internet (quelli maligni, non quelli che si dilettano con magneti, Rick Astley e Yahoo Answers), ovvero con una serie di micro-obiezioni che non intaccano il succo del discorso ma spostano l’attenzione altrove e mettono in difficoltà la controparte. Il rischio di cadere nella trappola e perdere di vista la big picture è molto elevato ed infatti l’ASC spesso vince per sfinimento altrui.

Inoltre, l’ASC ha troppa paura che, talvolta, il suo pensiero non si discosti troppo da quello della tanto ripugnata “massa” e che qualcuno possa considerarlo un membro di essa: non sia mai! Sembra che, a questo mondo, non ci sia più spazio per le tonalità di grigio: tutto è o “bianco che più bianco non si può” (cit.) o nero come il reddito di un dentista. O sei con la “massa” o sei contro di essa: overlap anche solo parziali non sono contemplati. Mi ricordo sempre una discussione avuta con uno di questi ASC riguardanti la pena di morte per i pedofili: lui era ampiamente favorevole, mentre io mi sono sempre opposto ad essa anche per i crimini più schifosi come, appunto, questo. All’apprendere della mia contrarietà, egli rispose “ah, diamogli un premio, allora!”, come se l’ergastolo o altre misure non esistessero neanche: o bianco o nero. Altro esempio: una persona (non ricordo chi) un giorno mi chiese quale fosse il mio orientamento politico. Io risposi che mi consideravo un pensatore libero, al che essa sentenziò: “insomma, ti tieni lontano dalla massa”. No, cazzo! Vuol dire semplicemente che la direzione della “massa” non influenza il mio pensiero, né in positivo né in negativo! Questo non significa che di essa non mi importi nulla: credo, anzi, che sia importante essere un minimo aggiornati sulle sue tendenze attuali, in modo da poter valutare forza e direzione dei vettori attualmente presenti in essa e farsi un’idea di quello che ci si può legittimamente aspettare.  Chi mi conosce sa che uno dei miei film preferiti è “L’attimo fuggente”: in quel film, il prof. John Keating (Robin Williams) cerca di insegnare ai suoi alunni, tra le altre cose, a pensare con la loro testa. “Boys, you must strive to find your own voice. Because the longer you wait to begin, the less likely you are to find it at all. Thoreau said, ‘Most men lead lives of quiet desperation.’ Don’t be resigned to that. Break out!” erano le sue sacrosante parole. Per cui, caro ASC che mi stai leggendo, fatti un sacrosanto favore: smetti di fare l’alternativo a tutti i costi. Abbi il coraggio di essere intellettualmente onesto e sii critico (nel vero senso della parola) con tutto e con tutti. Anche perché, a ben vedere, ormai fare gli alternativi è troppo mainstream.

The Moon, the Wolverine, the Trickster and the fool who got played

Il mese di maggio è stato molto duro per me. Non è la prima volta che affronto un momento difficile, ma prima d’ora non mi ero mai sentito in questo stato d’animo. Non è una di quelle crisi in cui senti veramente dolore, in cui fai fatica a mangiare e in cui se non trovi una valvola di sfogo immediata rischi di impazzire, anzi: la sofferenza la provi “solo” quando ti capita di vedere, udire o pensare qualcosa che colleghi, più o meno direttamente, alla causa del tuo mal. Nel resto del tempo, però, è come se ti sentissi vuoto, come se ti avessero prosciugato le energie fisiche, cerebrali ed emotive: ogni cosa ti costa una fatica immane, dalle cose magari meno piacevoli come lo studio a quelle che più ti stanno a cuore come la chitarra. La prima crisi può essere paragonata ad una ferita: l’episodio traumatico avviene in maniera molto rapida, tutto il dolore ha origine nel punto danneggiato e, sebbene abbia ripercussioni anche altrove, sai che curando l’infortunio potrai tornare alla normalità. Questa, invece, è più come un’infezione virale che si propaga in tutto il tuo corpo, non ti dà un punto di riferimento specifico e, piano piano, punta a conquistare la totalità del tuo essere ed un altro continente a sua scelta. Inoltre, curare un organismo affetto da virus è molto più complicato rispetto ad un trauma ben localizzato e, se non si agisce con la dovuta celertà, si possono correre gravi rischi per la propria salute. Piano piano, lento ma costante, ne sto uscendo. Come ho scritto nel mio post sul Superbowl, sono questi i momenti in cui si imparano le lezioni: approfitto dunque del miglioramento della situazione per condividere con voi quello che ho imparato durante questo periodo.

Ho imparato che “gli amici si vedono nel momento del bisogno”: sarà anche una banalità, ma è una sacrosanta verità. C’è stato chi, pur essendo benissimo a conoscenza della mia situazione, non si è mai fatto vivo. Chi passava tranquillamente sopra ad ogni accenno alla mia non rosea situazione. Chi, i peggiori in assoluto, ti “ascoltavano” poi ti liquidavano con i soliti 2-3 consigli del cazzo. Ma c’è stato anche chi si è preso la briga di chiedermi “ti va di parlarne?”, mi ha ascoltato (stavolta senza virgolette) e ha fatto un sincero sforzo per capirmi: magari alla fine si è limitato a dire “Tommy, mi dispiace tanto”, ma è stato più che sufficiente. Io, per natura, non serbo rancore e non inizierò certo adesso, ma è stato un buon test per capire meglio a chi frega qualcosa di me.

Ho imparato la lezione speculare di quella precedente, ovvero come capire a chi vuoi veramente bene. Anche nei momenti più bui, leggere di un amico la cui vita sta finalmente iniziando a tornare sui binari giusti e che ora può dire “le cose importanti sono ok” mi ha reso felice. Idem il sapere che lo stage all’estero di un altro ragazzo, dopo un inizio non facile, si sta rivelando un’esperienza indimenticabile. Lo mismo per la mia migliore amica ed il suo MAE che, se non altro, le sta dando la tanto sospirata occasione di vivere da sola per un certo periodo di tempo. Invece, leggere le varie personalità bipolari tra i miei contatti di Facebook (tra cui regnano incontrastati quelli che un tempo erano sedicenti “single e felici” ed ora sono tutti pucci pucci: occhio che vi viene il diabete!) e resistere alla tentazione di lasciare commenti sarcastici al limone sulle loro bacheche mi ha fatto capire chi, al momento, è un mio “amico” solo sul social network di Zuckerberg.

Ho imparato che il celebre mito della mela tratto dal Simposio di Platone è da considerarsi alla stregua dell’altrettanto famosa corazzata Kotiomkin di fantozziana memoria. Un po’ mi duole dissacrare colui che dà il nome a questo blog, però leggere che l’essere umano non sarebbe altro che la metà imperfetta di un intero perfetto da realizzarsi tramite l’unione con un altra persona mi fa scuotere la testa. Ma stiamo scherzando? Sono solo i deboli quelli che cercano la felicità in altre persone. Con questo non voglio dire che sia auspicabile una vita da eremita o da Forever Alone, ma che bisogna trovare in noi stessi ciò di cui abbiamo bisogno. Che felicità possiamo dare ad un’altra persona, se non siamo capaci di stare bene da soli? Noi non siamo una cazzo di mela a metà, noi siamo (o dobbiamo imparare ad essere) uno splendido paesaggio, un po’ come quello che vedete nello header del blog: se c’è anche l’arcobaleno tanto meglio, ma sarebbe magnifico anche senza.

Ho imparato che bisogna evitare di remare controcorrente se non è strettamente necessario. Nei momenti di tristezza c’è chi consiglia di uscire fuori e svagarsi, di non pensare a ciò che ci affligge, di provare a divertirsi. Eppure, i centri emozionali del nostro cervello, durante questa fase, sono programmati per rilasciare ormoni che riducono la nostra energia e la nostra predisposizione verso il mondo esterno: il nostro corpo ci invita ad elaborare il dolore, fisico e/o morale, a comprendere il nuovo scenario creatosi e a ripartire solo dopo. Forzare le tappe è solo controproducente, ma ciò non significa che non si debba lavorare alacremente per rendere questa sosta ai box il più breve possibile. È anche per questo che è così importante avere qualche passione individuale, qualcosa che si possa fare da soli e per sè stessi, che ci permetta di isolarci momentaneamente dal mondo esterno e che ci dia quantomeno sollievo.

Ho imparato che nella vita serve coraggio. “Uno non se lo può dare” diceva Don Abbondio ne I promessi sposi, eppure bisogna proprio imparare a darselo: ogni cambiamento, sia profondo che di atteggiamento, richiede delle scelte importanti che necessitano coraggio. Anche una cosa che dovrebbe essere perfettamente logica e lineare come eliminare le cause della nostra sofferenza ed impegnarci in attività potenzialmente gratificanti dal punto di vista umorale richiede coraggio. Purtroppo il nostro cervello è molto abitudinario e non reagisce benissimo alle prospettive di cambiamento, instillandoci paura: bisogna essere più forti e prendere delle decisioni, anche drastiche, che magari sul momento ci faranno soffrire ancora di più, ma che ci permetteranno di tornare felici nel medio periodo. Fare leva su questo concetto aiuta molto: provate ad immaginare il dolore che proverete se rimarrete nello status quo e, dopo, il piacere che sentirete una volta terminata la fase di transizione. Concentratevi abbastanza da arrivare a sentirlo: con me ha funzionato alla grandissima.

Ho imparato a meditare in maniera diversa: se prima cercavo di raggiungere uno stato di totale quiete ed assenza di pensieri, ora cerco la piena consapevolezza, almeno di me stesso. È così che ho capito che prima di tornare ad espandere il tuo ki devi prima depurarlo di tutte le scorie che ha accumulato ed è così che ho scoperto il Muay Thai, eccellente mezzo per espellerle. Un po’ come quando si viene morsi da una vipera e si è privi del siero: si cerca di succhiare il sangue avvelenato per poi sputarlo e ripartire senza tossine in corpo.

Ho imparato che “ciò che non uccide rende più forti” è un’altra sacrosanta verità. Forse parlo troppo presto, forse dovrei aspettare che questo momento arrivi ad una conclusione definitiva e di trovarmi di nuovo in una situazione come quella che ha generato questa crisi, ma in questo istante mi sento decisamente più forte. È come se mi avessero impiantanto uno scheletro in adamantio o come se potessi contare su un’armatura Mark VI: non solo penso di aver imparato dai miei errori e sono fermamente determinato a non commetterne più di analoghi, ma anche per le altre persone sarà molto più difficile ferirmi. All’inizio del post paragonavo la mia situazione ad un virus: una volta guariti da un’infezione virale, vengono prodotti anticorpi specifici che impediscono di contrarre quella malattia una seconda volta. Rimane solo da terminare la guarigione.

Chiudo il post con questa canzone. Tempo fa non riuscivo neanche ad ascoltarla per via di due bruttissimi ricordi ad essa legati, invece ora riesco ad assaporarne il testo e mi permette di guardare al domani con più serenità. Anche questo è un bel segnale di cambiamento.

 

NBA finals 2011

La finale più impronosticabile di sempre? Può benissimo darsi. Dopo l'attesissima estate 2010 che avrebbe dovuto rivoluzionare il mondo della NBA con i tanti contratti di superstar in scadenza, la portata del cambiamento fu tutto sommato limitata: la decisione più attesa, quella di Lebron James, fu di accettare l'offerta dei Miami Heat, che nel frattempo avevano rinnovato il contratto a Dwyane Wade ed ingaggiato Chris Bosh. Eppure, nonostante la presenza di 2 dei 5 (se non 3) migliori giocatori della NBA, in pochi pensavano che la franchigia del Sunshine State potesse essere subito competitiva per il titolo. I problemi, effettivamente, non parevano pochi: il possibile dualismo tra James e Wade su chi dovesse tirare nei clutch moments, l'inesperienza dell'allenatore Spoelstra (già ad inizio stagione si vociferava su di un'altra descentio ad panchinam di Pat Riley in corso d'opera), la poca abnegazione difensiva (soprattutto sotto canestro), la panchina corta e l'amalgama di una squadra che aveva salvato solo 4 giocatori dall'anno precedente. Il primo è stato facilmente dissipato: quando hai due fenomeni del genere, chiunque decida di prendersi il tiro decisivo è difficile che ti vada male. La panchina è stata sistemata in corso d'opera con l'arrivo sia di giocatori di esperienza che di specialisti e dall'inizio dei playoffs si vedono una buona chimica e, soprattutto, una più che buona difesa: l'impegno dei three amigos in tal senso ha fatto sì che anche dei telepass come Mike Bibby siano ora in grado di creare grattacapi ai diretti avversari ed ora la retroguardia degli Heat è una delle più temibili della NBA. A coach Spoelstra, infine, va riconosciuto il merito di aver dotato Miami di schemi d'attacco basilari ma lineari ed efficaci, evitando di basarsi soltanto sull'isolamento. In questo modo, gli Heat si sono sbarazzati in sole 5 gare dei Philadelphia 76ers, degli esperti e sempre temibili Boston Celtics e dei Chicago Bulls dotati di miglior record in regular season (62-20) e di Derrick Rose, MVP del campionato.
Ad Ovest, invece, i grandi favoriti erano i Los Angeles Lakers: vincitori degli ultimi due titoli, ansiosi di vincere quello numero 17 che avrebbe significato l'aggancio in vetta a Boston (senza contare che per Kobe Bryant sarebbe stato il sesto ed avrebbe pareggiato quelli di Michael Jordan, dando nuovo fiato alle trombe dei sacrileghi che osano metterli sullo stesso piano), roster confermato quasi in blocco ed aggiunta di due panchinari di lusso come Matt Barnes e Steve Blake. In corso d'opera, si affermò anche la candidatura dei San Antonio Spurs, che con i suoi big three in forma smagliante (soprattutto Manu Ginobili, autore di una regular season devastante) e con piacevoli sorprese come Gary Neal, ex capocannoniere del campionato italiano a Treviso, avevano chiuso con il primo seed nella Western, ad una sola vittoria dai Bulls. Anche per questo, la loro clamorosa eliminazione al primo turno contro i giovani e pimpanti Memphis Grizzlies, qualificati per il rotto della cuffia, ha lasciato tutti di stucco. I Lakers, invece, dopo aver eliminato più duramente del previsto i New Orleans Hornets, si sono presi un clamoroso sweep dai Dallas Mavericks, come ben sa chi ha letto il mio post "Un altro weekend disneyano". Proprio i texani sono riusciti a battere in finale di Conference gli Oklahoma City Thunder (davanti a cui si prospetta comunque un futuro radioso, visti il talento e l'età) e ad approdare al main event della NBA. Le chiavi di questo exploit? La resurrezione del 38enne Jason Kidd e dei "finiti" Shawn Marion e Peja Stojakovic, la definitiva esplosione di Tyson Chandler, il grande contributo dalla panchina sia dei vecchi (Jason Terry) che dei nuovi (J.J. Barea). E, naturalmente, la superstar che ha deciso di rimanere a Dallas nonostante fosse uno di quelli in scadenza l'estate scorsa: Dirk Nowitzki. Il ragazzone di Wurzburg sta disputando la sua miglior stagione da quando, nel 2007, diventò il primo europeo ad essere eletto MVP (anche) per aver portato la sua squadra ad avere il miglior record stagionale: purtroppo, come per gli Spurs di quest'anno, all'epoca i Mavs vennero clamorosamente eliminati al primo turno dai Golden State Warriors dell'ex-allenatore Don Nelson, il cui run & gun colse di sorpresa la difesa texana e tutto il mondo del basket. Quell'episodio ha contribuito a trasformare Wunder Dirk in un moderno Atlante, la cui Terra è la fama di "perdente di successo", la stessa che grava su Kidd e che ha perseguitato Stojakovic a Sacramento. La voglia di riscatto, sommata ad un'età ormai importante (105 anni in 3), ha fatto sì che questi giocatori abbiano potuto attingere ad un serbatoio nascosto di forze e raggiungere le finali, fermamente intenzionati a riscattarsi dal 2006.
Già, perchè per entrambe le squadre si tratta della seconda finale della loro storia ed il precedente è lo stesso per entrambe: cinque anni fa Miami battè Dallas 4-2 in una serie entusiasmante, vincendo il suo primo e (finora) unico titolo. I Mavs vinsero abbastanza agilmente le prime due partite in casa e sembravano avere in pugno anche gara-3, ma una dimostrazione di forza agghiacciante da parte di Wade fece recuperare gli Heat dal -13 a 6' dalla sirena al +2 finale. Miami pareggiò la serie nella partita successiva, vinse l'ultima gara casalinga al supplementare (grazie anche ad un arbitraggio che fece imbestialire gli avversari: il solo Wade tirò più tiri liberi di tutti i Mavs) ed infine espugnò Dallas diventando la terza squadra capace di aggiudicarsi il titolo dopo essere andata sotto 0-2. Da allora, nei roster di entrambe le squadre sono "sopravvissuti" solo 4 giocatori (Wade e Haslem da una parte, Nowitzki e Terry dall'altra). Chi vincerà? Difficile fare un pronostico, soprattutto per me che ne ho sbagliati a iosa in questi playoffs! I punti di forza di entrambe le squadre coincidono con le principali vulnerabilità avversarie, quindi probabilmente vincerà chi delle due riuscirà ad imporre il proprio gioco: l'abbondante talento e l'atletismo degli Heat o l'esperienza e la voglia di riscatto dei Mavericks? Credo che la bilancia penda leggermente verso la Florida e che difficilmente la serie si chiuderà in meno di 6 partite. Per chi tiferò? Altra domanda difficilissima. Sia le squadre che i giocatori si dividono in maniera abbastanza equa le mie simpatie, tant'è che nel mio armadio potete trovare sia la canotta di Wade che quella di Nowitzki. Se vincesse Miami, svegliarsi la mattina, aprire la finestra ed udire l'incessante rumore dei detrattori di James che rosicano a mille sarebbe un ottimo buongiorno; d'altro canto, se c'è un giocatore che merita di conquistare l'anello per la prima volta, quello gioca a Dallas con il numero 41. Vista la differenza d'età, forse sarebbe più giusto che il titolo andasse ai Mavs: Lebron avrà sicuramente modo di rifarsi. In ogni caso sarò felice, anche perchè uno tra Bibby e Stojakovic, finalmente, vincerà il titolo. Lo spettacolo sportivo più bello del mondo inizia mercoledì alle 3 di mattina: puntate le sveglie o programmate i MySky (evitando gli spoileratori), it's game time!

Superbowl XLV

La sveglia suonò puntualissima alle 11. Ad alcuni questo concetto potrà sembrare astruso, ma vi assicuro che, in Erasmus a Barcelona, alzarsi dal letto a quell'ora della domenica mattina è spesso una vera e propria madrugada. Durante le formalità mattutine, guardai fuori dalla finestra: una bellissima giornata accompagnava il leggero traffico domenicale di Carrer dels Castillejos. Il sole troneggiava vicino allo zenit ed il cielo color zaffiro era completamente terso; aprii la finestra ed il soffice tepore della capitale catalana mi accarezzò dolcemente. Un piccolo ghigno maleficò si manifestò sul mio volto, pensando ai miei genitori che combattevano il freddo di San Venanzio davanti al camino, dopodichè provai un po' di malinconia: quella sarebbe stata la mia ultima domenica barcellonese, l'esperienza più bella della mia vita stava inesorabilmente volgendo al termine. Il pensiero successivo fu il notare come, per la prima volta da quando seguo il football, un Superbowl con gli Steelers non fosse stata la prima cosa a frullare nella mia mente nel giorno del match. Sicuramente il fatto di non aver seguito bene la stagione NFL aveva influito su di questo, ma ero decisamente proiettato verso l'evento a cui stavo andando: un pic-nic sulla spiaggia della Barceloneta. Nulla di eclatante, ma una delle ultime occasioni per stare con i miei amici Erasmus. Dopo aver fortunatamente racimolato un po' di cibarie (è incredibile la fatica che bisogna fare per trovare un bar o un forno aperti a Barcelona di domenica mattina!), mi diressi verso la spiaggia e, con un po' di fortuna, riuscii a scorgere Giulia e Silvia sedute sulla scogliera. Iniziammo a mangiare, dopodichè arrivarono le pluri-ritardatarie Francesca e Simona a completare il quadro: dopo 5 mesi passati a condividere le gioie ed anche i dolori di questa esperienza, le interazioni tra di noi scorrevano in una maniera naturalmente armonica, ma quel pomeriggio era impossibile non notare anche su di loro una velata malinconia. Il primo pomeriggio passò comunque in allegria e, al diminuire della temperatura, lasciammo la spiaggia e ci incamminammo verso il parco della Barceloneta. Qui arrivarono Enrico e Titti, Max e Bruno a nutrire il contingente modenese e la brasiliana Patricia a spezzare la monotonia linguistica (quella nazionale non c'è mai stata: Silvia è ticinese). Avevamo raggiunto quota dieci persone e la mente balzò all'istante a settembre: le prime uscite tra Erasmus iniziavano sempre con un gruppone di almeno venti persone che si ritrovava a vagare per Passeig de Gracia o La Rambla con frequenti stop finchè qualcuno non provava a proporre una qualche attività, generando reazioni di natura mista. Da lì in poi si erano formati dei piccoli cluster, gruppetti di persone che uscivano sempre insieme e che si aggregavano ad altri cluster a seconda della serata: tanto ci si sarebbe ritrovati tutti insieme al mercoledì sera nell'ormai mitologico Razzmatazz! Dopo una bevanda in un bar del Born (con un solo bagno unisex), mi lasciai convincere da Max e Bruno a cenare a casa loro insieme a Giulia, Simona e Francesca, così andai con le ultime due a prendere una pizza da Lechuga. Che Barcelona avesse subito un'invasione statunitense me ne accorsi la prima volta che andai al Razz nel 2011, ma fu comunque impressionante vedere l'orda di yankees che aveva preso d'assalto tutti i locali del Barrio Gotico: fortunatamente, la maggior parte indossava magliette black&gold ed infatti rischiai di far raffreddare la pizza tra un LET'S GO STEELERS LET'S GO ed un altro. La tesione stava iniziando a salire inesorabile, cosicchè, per stemperarla, accettai l'invito dei padroni di casa a guardare con loro Lucky Number Slevin: la trama fu abbastanza appassionante da distrarmi, ma finito il film mi accorsi di essere in clamoroso ritardo. Fu così che Max e Bruno mi convinsero a guardare anche la partita da loro, curiosi anche di capire come funziona quello sport che tante volte avevano visto nei film a stelle e strisce.
Nonostante la chiusura ad hoc di Rojadirecta, trovai uno stream decente ed iniziai a spiegare le regole ai padroni di casa ed a una curiosa Giulia, i quali impiegarono poco più di un drive per capire quelle base, a riprova del fatto che il football è tutt'altro che difficile da comprendere. La partita si mise subito male per i miei Steelers: un td pass di Rodgers ed un intercetto di Collins su uno scellerato passaggio di Big Ben permisero ai Packers di chiudere il primo quarto avanti 14-0. Dopo i primi punti messi sul tabellone da Pittsburgh con un calcio di Suisham, un altro intercetto di Roethlisberger diede il via al drive che si sarebbe concluso con il terzo touchdown di Green Bay: 21-3. Nessuna squadra ha mai rimontato più di 10 punti di svantaggio in un Superbowl ed infatti i miei amici cercarono già di consolarmi come Sacchi con Baresi ai mondiali del '94. A 47 secondi dalla fine, arrivò comunque il primo td degli Steelers, con una ricezione da 8 yards dell'immortale Hines Ward: 21-10 all'intervallo lungo. Dopo il tamarrissimo half-time show dei Black Eyed Peas, la partita sembrò aver cambiato inerzia: la Steel Curtain forzò un 3 & out e nel drive successivo bastarono 140 secondi per percorrere 50 yards in 5 giochi, segnare il secondo td consecutivo, ridurre lo svantaggio ad un solo possesso ed esaltare il sottoscritto, supportato in maniera probabilmente ironica dai due padroni di casa. Lasciò un po' di perplessità, invece, la scelta di optare per la trasformazione da un punto e rinunciare quindi alla possibilità di portarsi ad un solo field goal di distanza: 6 minuti dopo, infatti, Suisham si trovò sul piede la palla del -1, ma fallì abbastanza clamorosamente. Il tafazzismo degli Steelers proseguì nell'ultimo quarto quando, a 36 yards dall'end zone avversaria, il runningback Mendenhall pensò bene di perdere palla in maniera ingenua e consentire ai Packers di rimpolpare il loro vantaggio: terzo td pass di Rodgers e +11 Green Bay. Rimanevano ancora quasi 12' da giocare e, visti gli ultimi Superbowl, poteva ancora succedere di tutto: io continuavo a crederci. Ed infatti, nel drive immediatamente successivo, la ricezione di Wallace seguita dalla conversione da 2 di Randle El, l'eroe del Superbowl XL, portò Pittsburgh al sospirato -3, con ancora 7' e mezzo da giocare. Tensione alle stelle, sia a Dallas che in Carrer d'en Roca. La palla tornò ai Packers, i quali non solo bruciarono 5' e mezzo, ma arrivarono anche a 5 yards dalla end zone: un touchdown avrebbe significato la fine virtuale della partita, ma Woodley e Taylor costrinsero la franchigia del Wisconsin ad accontentarsi di un field goal. 127 secondi dalla fine di un altro esaltantissimo Superbowl ed il punteggio era ancora in bilico: 31-25, ultima possibilità per gli Steelers di segnare il td che avrebbe portato la settima vittoria in Pennsylvania. Roethlisberger ed il suo attacco, però, si arenarono sulle loro 33 yards ed il triste suono della palla lanciata a Wallace sul 4 & 5 aprì le danze per i festeggiamenti dei Packers: giusto il tempo per segnare un inutile field goal e chiudere la partita sul 34-25.
Ci rimasi molto male: nonostante avessi seguito la NFL in maniera molto marginale, ero del tutto convinto che i miei Steelers ce l'avrebbero fatta anche stavolta. Invece, per la prima volta, sia io che la franchigia ci trovammo a fare i conti con l'amarezza di un Superbowl perso. Immagino che la lezione di quest'anno sia che bisogna imparare a perdere e, soprattutto, ad affrontare i postumi delle sconfitte. Spesso esse vanno oltre il mero risultato: ci colpiscono nell'autostima, nella percezione degli eventi, nel modo in cui affrontiamo le cose nell'immediato futuro. Fermo restando che è lapalissiano il fatto che vincere sia meglio di perdere, le sconfitte sono capaci di insegnarci molte più cose delle vittorie: bisogna imparare a prenderle non come tragedie apocalittiche, ma come occasione di capire cosa non ha funzionato e, soprattutto, cambiarlo. Albert Einsten una volta disse che la follia è fare la stessa cosa ed aspettarsi risultati diversi: certo, cambiare ha sempre un prezzo e la valuta a volte è economica, a volte energetica, a volte emotiva, altre volte ancora una combinazione di queste. Quello che tendiamo a dimenticare è che anche le sconfitte hanno un prezzo: spesso, però, percepiamo come superiore il prezzo legato al cambiamento rispetto a quello che abbiamo pagato per la sconfitta ed abbiamo paura. Non sempre riusciamo ad avere una visione di medio-lungo periodo, che consenta ad entrambi gli emisferi cerebrali di realizzare che quello per il cambiamento è un investimento, qualcosa che ci darà la possibilità di avere un ritorno positivo in futuro. Le metafore in questo senso si sprecano, io vi propongo questa: per un ristoratore, è meglio provare a "fregare" il cliente dopo che ha mangiato gonfiandogli il conto o fargli un prezzo equo con la speranza che, in futuro, quello torni a mangiare da lui? Un'ultima cosa: mettete da parte il vostro orgoglio! Avete subito una sconfitta? Chiamate un amico o qualcuno che vi capisca, parlategliene e sfogatevi: si riparte molto meglio e molto più in fretta dopo. E sperate di evitare la maledizione del runner-up per la stagione successiva!

Un altro weekend disneyano

Nel mondo di internet, soprattutto sui vari social networks, sta girando un meme in cui lo scorso weekend viene dipinto come “disneyano”: il principe si è sposato ed il cattivo è morto. Dal punto di vista cestistico, possiamo quasi dire lo stesso di quello appena trascorso: si possono infatti inquadrare in quest’ottica le sconfitte della Mens Sana Siena alle Final Four di Eurolega e lo sweep (eliminazione senza vincere nessuna gara della serie) subito dai Los Angeles Lakers alle semifinali della Western Conference della NBA.

Partiamo dai toscani: nonostante siano una delle più antiche squadre di basket in Italia, fino al 2001 il loro massimo risultato è stato un quinto posto in Serie A ottenuto nel 1975. Il punto di svolta avviene nel 2000 con la sponsorizzazione della Monte dei Paschi, banca dalla storia quantomeno chiacchierata, la quale inizia a sovvenzionare la Mens Sana con ingenti iniezioni di capitale. Aprono così un mini-ciclo di 3 anni in cui vincono uno scudetto, una Coppa Saporta ed arrivano due volte alle Final Four di Eurolega. È pero nel 2007 che inizia il loro dominio: quattro scudetti consecutivi (ed un quinto in arrivo a giugno) vinti maramaldeggiando e conditi da tre Coppe Italia e quattro Supercoppe Italiane. Cosa li rende così antipatici? Non basta l’essere vincenti, altrimenti si tratterebbe solo del proverbiale “rosicamento”: oltre alla spocchia di tifosi e dirigenti, che ora si atteggiano a leggenda vivente nonostante la loro storia non sia nemmeno lontanamente paragonabile a quella di Milano, Bologna, Varese o altre, si tratta di come vincono. Non c’è alcun dubbio sul fatto che nelle ultime cinque stagioni abbiano avuto nettamente la squadra più forte e che il gap tecnico con le altre squadre sia stato (e continui ad essere) imbarazzante. Tuttavia, se hanno subito solo 13 sconfitte in 5 anni, non è merito solo della loro bravura: basta guardare una qualsiasi delle loro partite per avere l’impressione che gli arbitri applichino per loro un regolamento ad hoc. Questo atteggiamento sfiora il clamoroso nei (pochi) finali in bilico, ma anche nelle fasi precedenti le decisioni della terna arbitrale tendono ad amplificare il divario già presente tra i senesi ed i loro avversari. Con una direzione di gara più equa, Siena avrebbe quasi sicuramente vinto tutto ciò che ha portato in bacheca nell’ultimo lustro (tranne forse la Coppa Italia 2008/09), ma il campionato sarebbe stato molto più interessante ed avrebbe potuto attrarre molti più neofiti. Il simbolo di tutto ciò è il loro capitano, Shaun Stonerook: il giocatore dell’Ohio misteriosamente naturalizzato italiano (forse per matrimonio?) in Serie A pare essere legibus solutus e può permettersi di giocare in maniera molto ruvida (eufemismo) senza che gli arbitri prendano provvedimenti nei suoi confronti. Esemplare una statistica a riguardo: il sosia di Telespalla Bob, quest’anno, in campionato è stato espulso per somma di falli una sola volta su 28 gare disputate, mentre nelle ultime 9 partite di Eurolega per ben 5 volte si è accesa la quinta lampadina accanto al suo nome sul tabellone. L’ultima in ordine cronologico è stata la semifinale di venerdì contro il Panathinaikos: è facile credere che, per molti cestofili italiani non tifosi di Siena, sia stato parecchio divertente vedere la faccia stupita di Stonerook, non uso a questo tipo di trattamento, ad ogni fallo a lui fischiato. Per quanto riguarda la sua squadra, invece, si tratta di una clamorosa occasione sprecata. Già, perchè all’intervallo lungo il Pana conduceva di 4 punti, ma il conto dei rimbalzi diceva 26-13 per Siena, con gli ateniesi che hanno catturato il primo rimbalzo offensivo ad un minuto e mezzo dal termine dopo essersene fatti soffiare ben 11. Anche la furia di coach Obradovic era piuttosto indicativa della qualità di gioco espressa dalla sua squadra: a fine partita, infatti, ha dichiarato candidamente che, se avessero giocato così in finale, il Maccabi Tel Aviv li avrebbe asfaltati. Eppure sono riusciti a vincere senza troppi patemi d’animo, distruggendo il sogno europeo di Siena e conquistando, due giorni dopo, la loro sesta Eurolega contro gli israeliani di David Blatt, altra squadra non particolarmente simpatica (e mi fermo qui per evitare di essere rapito dal Mossad). Un’altra chicca per i “gufi” è stata vedere Simone Pianigiani, l’allenatore della MPS, lamentarsi dell’arbitraggio nelle interviste post-partita: forse al tecnico senese converrebbe visionare, oltre ai filmati degli avversari, qualche puntata della serie tv My name is Earl.

Veniamo ora ai Lakers: inutile dilungarmi sul perchè mi stiano antipatici, l’ho già menzionato più volte, basta scorrere velocemente i miei post taggati “basket”. Aggiungiamo solo, anche in questo caso, la tremenda spocchia dei loro tifosi, soprattutto quelli italiani e, pez dal pez, i fanboy di Kobe Bryant. Il disco di quest’ultima categoria umana contiene essenzialmente due tracce: il Mamba è meglio di Lebron James ed anche di Michael Jordan. Sul primo punto ci si può confrontare e, almeno parzialmente, essere pure d’accordo: la cosa ridicola è sentirli accusare LBJ di essere “egoista”, perchè “non si vincono i titoli da soli, infatti Bryant ne ha 5 e James 0″. Giusto: i titoli si vincono oggi avendo come supporting cast Gasol, Artest e Odom, ieri avendo in squadra Shaquille O’Neal (vero protagonista del three-peat). Quando i tuoi compagni più forti sono Ilgauskas e Mo Williams, la cosa diventa un filo più complicata. Sul secondo punto, è bene sottolineare che a sostenere ciò, spesso e volentieri, sono coloro che non hanno mai avuto il privilegio di veder giocare His Airness. La differenza tra i due è talmente grande che basterebbe scegliere una sola delle tante partite leggendarie di Jordan per capire quanto profondo sia questo abisso. Un consiglio? Gara-5 delle finali del 1997. Altro motivo per avercela con i Lakers: l’allenatore Phil Jackson. Sedicente santone e guru che non perde mai occasione di criticare i suoi avversari dall’alto dei sui 11 campionati vinti (certo, 6 con Jordan, 3 con O’Neal e 2 con la squadra più forte, ma ovviamente è merito suo), come ho scritto tempo fa ricorda un po’ Josè Mourinho e, come l’allenatore di Setubal, o lo ami o lo odi. Nel vederli spazzati via 4-0 dai Dallas Mavericks c’è poi un ulteriore motivo di soddisfazione: il fatto che uno dei giocatori-chiave dei texani sia stato Predrag “Peja” Stojakovic. Quasi 34 anni, tagliato dagli Hornets dopo 6 partite ed addirittura dai Raptors dopo 2, un giocatore “bollito” per tutti, contro i Lakers è letteralmente risorto, chiudendo la serie con 12,5 punti di media e, soprattutto, il 52,4% da 3. Nove anni or sono, il nativo di Belgrado era una delle star di quei famosi Sacramento Kings del greatest show on court derubati (letteralmente) dai Lakers della possibilità di vincere un titolo strameritato: ieri sera ha potuto finalmente rifarsi. Infine, è penoso vedere come i lacustri abbiano perso male non solo nel punteggio, ma anche nell’atteggiamento: decisamente esecrabili i falli di Odom e Bynum a “babbo morto”. Ora sarà interessante vedere chi porterà a casa il titolo: i Celtics desiderosi di vincere il loro 18° titolo? I Bulls che possono vantare miglior record, miglior giocatore e miglior allenatore? Gli Heat dei Three Amigos? I giovani Thunder? I galvanizzati Mavericks? Le sorprese Grizzlies e Hawks? Signore e signori, fate il vostro gioco!