Saint Venance Hills

San Venanzio è un posto apparentemente insignificante. È una frazione della ben più nota Maranello che conta, ad occhio, 3-400 abitanti ed è il primo centro abitato che si incontra salendo verso il Monte Cimone sulla via Giardini. Non ha un bar, non ha un’edicola e forse aprire un esercizio commerciale che assolva entrambe le funzioni potrebbe rivelarsi redditizio: i residenti non sarebbero costretti a fare 10 km complessivi per andare a comprare il giornale in città ed avrebbero un punto di ritrovo vicino a casa, oltre che un luogo dove poter sorseggiare qualcosa di freddo o, perché no, gustare un gelato per combattere la calura estiva che si fa sentire anche a 270 metri sul livello del mare. C’è solo il negozio di alimentari dei fratelli Valenti, dove però si trova della carne di ottima qualità, e un piccolo forno tappezzato di poster, magliette ed altro materiale del Modena FC. In compenso, ci sono ben due ristoranti, distanti 300 metri l’uno dall’altro: alla Scalinata si trovano i tipici piatti della cucina modenese, compresi ovviamente il gnocco fritto e le crescentine, orgoglio del Frignano, mentre al Postiglione le tradizioni geminiane vengono gemellate con quelle lucane e con la pizza.
A chi ha vissuto per quasi 22 anni in centro a Maranello, sopra un’officina e di fronte ad una delle principali arterie della provincia, le differenze sono palesi: non si deve più spostare il letto di fronte alla porta-finestra spalancata per tentare di dormire, non si è più svegliati alle 8 di sabato mattina dal rombo delle auto da corsa preparate al piano di sotto, il panorama che si vede dalla finestra è senz’altro più piacevole e tante altre piccole cose. Quella che invece non cambia è la sensazione che questo posto, in un modo o nell’altro, non faccia per sè: sarà perché la gente è molto provinciale e pensa di poter pontificare su come funziona altrove nonostante il posto più lontano che abbia visto sia Pinerolo, sarà perché la provincia di Modena non è un paese per giovani (semi-cit.), sarà perché le facce sono sempre le stesse e se uno si trova male in un gruppo non è così facile trovarne un altro, sarà come sarà resta il fatto che è da tanto tempo che si sogna di emigrare.
Poi una sera capita che ci si trovi davanti a casa ad aspettare degli amici con cui andare a bere qualcosa e che costoro siano in ritardo: l’occhio cade sullo spettacolo offerto dalla pianura padana alle 21 di un giorno di inizio estate. In questo frangente, San Venanzio diventa una piccola Beverly Hills da cui ammirare una distesa di luci artificiali paragonabile a quella di Los Angeles: invece di Rodeo Drive si vede Sassuolo, la città un po’ fighetta arricchitasi con le ceramiche che tutto d’un colpo ha ripudiato coloro che l’hanno governata per 64 anni. Al posto di Downtown LA c’è Modena, con le luci dell’inceneritore che sembrano ricalcare quelle del Parlamento di Oslo dipinto da Edvard Munch nel suo “Sera sul viale Karl Johan”. Ed infine, al posto di Hollywood Boulevard c’è Bologna, la storica nemica della propria città natale che non è mai stata odiata, fonte di gioie e dolori, di speranze ed illusioni, di gratificazioni e delusioni, di bei ricordi e di grandi rimpianti, di scelte la cui validità è tutt’ora in discussione, da cui vengono persone favolose e personaggi ignominiosi. E viene da chiedersi se in realtà questa piccola replica di California meridionale non sia poi così male, se non sia una scelta troppo drastica quella di andarsene, se in fondo quelle persone che chiedevano come mai uno non vedesse l’ora di partire, tanto disprezzate per la loro miopia, avessero poi tutti i torti nel porre quella domanda. Se basta un singolo evento a farti cambiare così radicalmente un’opinione o, quantomeno, a fartela mettere in discussione, è il caso di ripensare alla medesima e di aspettare un po’ per vedere le cose con maggiore chiarezza? Ma non si era detto che d’ora in poi si avrebbe agito di più e meditato di meno in modo da carpire tutti quei dies che sono sfuggiti nel passato?
Nel mentre, è arrivato il Freelander del Cap, con a bordo Piti, il Put e quel deficiente di Luca che era completamente ignaro del fatto che da due anni mi fossi trasferito a San Venanzio. Si parte per la Terra di Mezzo a Savignano sul Panaro, destinazione di cui è impossibile non cogliere l’ironia: è situato in una frazione (Magazzino) di una città celebre (per la Venere), è proprio sul confine tra Modena e Bologna, il suo nome evoca una terra mitica, enorme e lontana ma in realtà è in un posticino a 30 minuti di macchina da casa. Come se non bastasse, durante la serata gli altoparlanti del pub prendono una pausa dal metal inviando nell’etere le note di Only time di Enya, cantante nativa dell’isola di smeraldo che ha rappresentato una parte molto importante della mia vita e canzone che associo ad una persona ancora più importante; a questo punto anche un solido razionalista come me si trova a chiedersi se il destino esista veramente. Intanto, ho capito anche un’altra cosa: con una penna in mano sono quasi irrefrenabile. Luca e gli altri sono habituè della Terra di Mezzo e nei fogli bianchi di un vecchio menu tengono una specie di diario di bordo, al quale ieri sera ho contribuito anche io; beh, dopo la fredda (ma neanche tanto, mi conoscete) cronaca di quanto stava accadendo, ho iniziato con i miei flussi di coscienza joyciani e solo la proposta di un giaguaro mi ha fermato dallo scrivere una pagina di dimensioni bibliche. Forse vuol dire qualcosa, forse no: però ho un dato in più su cui ragionare e mi sta bene così.

PS sulla sinistra continuo ad aggiungere le foto dei miei viaggi.

Virtus 2008/09 – Redde rationem: singoli

Giocatori, in rigoroso ordine numerico.

Sharrod Ford: devastante l’anno scorso a Montegranaro, altalentante quest’anno a Bologna. Mette in mostra tutti i suoi pregi (immarcabile se riceve in pick and roll, stoppatore disumano, capace di ricevere passaggi ad altezze siderali grazie alla sua esplosività, buon raggio di tiro), ma anche tutti i suoi difetti (assenza pressochè totale di movimenti spalle a canestro, subisce nei duelli fisici con pari ruolo più grossi, tende ad addormentarsi sui tagliafuori, a saltare alla prima finta in difesa e a commettere falli evitabili in poco tempo). Boniciolli lo vede come 4, ma lui dimostra di trovarsi meglio da centro. Con l’ingaggio che percepisce, avrebbe dovuto essere più costante. Esemplificativo il fatto che chiuda al primo posto nelle classifiche di rimbalzi (9.5), stoppate (1.4) e falli fatti (3.2). Io l’avrei tenuto, ma pare che Sabatini voglia monetizzare con il suo buyout liberandosi anche di un ingaggio pesante.
Petteri Koponen: alla prima esperienza fuori dalla natia Finlandia dimostra di essere un giocatore ancora molto acerbo. In difesa offre un buon contributo, ma in attacco appare molto timido, soprattutto quando si tratta di attaccare la difesa schierata. Il talento c’è e si vede, forse gli gioverebbe un anno in prestito in una squadra da classifica medio-bassa.
Brett Blizzard: con l’arrivo di Boniciolli si trova ai margini delle rotazioni, chiede la cessione, si pente. viene reintegrato ma, almeno in campionato, non va mai oltre i 9 punti in 19′ nel derby di ritorno. Si riaccende nei playoffs, dove tira con il 52% da 3, ma ormai è tardi. Dall’infortunio nella finale scudetto contro Siena non sembra più quello della sua prima stagione bianconera, l’impressione è che con le nuove regole sui passaportati il suo futuro sia lontano da Bologna. Peccato, mi è sempre piaciuto ed ormai era un veterano.
Jamie Arnold: buco nell’acqua. Arriva alla Virtus per cifre importanti portando con sè un ottimo bagaglio di esperienza ad alto livello in Europa, prima col Maccabi poi con l’Hapoel Jerusalem, ma non è mai incisivo. Boniciolli lo sposta nello spot di centro ma la musica non cambia, a gennaio viene tagliato per far posto a Terry.
Alex Righetti: grandi attese su di lui dopo l’ottimo campionato ad Avellino, dove si è affermato come uno dei migliori italiani del campionato. In difesa lavora bene, ma in attacco delude molto: dimezza la sua media punti e non infila mai i canestri pesanti (tranne che in due occasioni). L’arrivo del suo mentore Boniciolli gli aumenta il minutaggio ma non la valutazione: a sua parziale discolpa, va detto che viene utilizzato in un ruolo non suo. Con la penuria di italiani di livello in circolazione non è però escluso che possa rimanere.
Earl Boykins: i 3,5 milioni di dollari di ingaggio lo rendono il giocatore più pagato di sempre in Serie A, i suoi 164 cm ufficiali quello più basso. Reduce da 11 anni di NBA, arriva come il giocatore che dovrebbe fare la differenza e così è, in effetti: quando gira, la Virtus vince, quando non gira, spesso e volentieri perde. Alterna momenti di estasi cestistica a corazzate Kotiomkin di fantozziana memoria, arrivi ad amarlo ed un momento dopo a volerlo sottoporre a torture medievali. Inguardabile nei playoff, dove chiude con un orripilante 11/48 dal campo. Aria.
Guilherme Giovannoni: non è più decisivo come un tempo e a questi livelli a volte pare inadeguato, ma in campo dà sempre tutto quello che ha, motivo per cui i tifosi della Virtus vorrebbero a referto altri 11 come lui. Per questo (e per i problemi di falli ed infortuni dei lunghi bianconeri), di riffa o di raffa, i suoi minuti riesce sempre a guadagnarseli. Il suo agente propone cifre irrazionali per il rinnovo, cosicchè viene silurato anzitempo; Sabatini lascia la porta aperta in caso di ripensamento, è possibile che Gui faccia di tutto per rimanere.
Roberto Chiacig: parte come quarto lungo ma si trova a disputare minuti importanti, soprattutto con Boniciolli che, almeno all’inizio, lo promuove a centro titolare. L’età avanza inesorabile e si vede, ciononostante risponde sempre presente e il suo contributo lo dà (quasi) sempre. Purtroppo, ormai, più di un quinto lungo non potrà essere.
Keith Langford: arrivato in sordina e solo perchè dopo l’addio di Bynum serviva uno che attaccasse il canestro, diventa il giocatore chiave della squadra e viene votato come terzo miglior cestista del campionato. Difensore sublime, penetra nelle aree avversarie come Rocco Siffredi nelle (vabbè ci siamo capiti), segna canestri irreali in equilibrio precario, regala ai fotografi schiacciate da NBA Action, la mette dall’arco, finisce 13° nella classifica degli stoppatori nonostante sia una guardia di 193 cm e, non pago, viene nominato MVP della finale di Eurochallenge. I tifosi lo adorano e il sentimento è ampiamente ricambiato, gli è stato rinnovato il contratto ma non è detto che non verrà sacrificato sull’altare del bilancio, magari in una big europea. Io, comunque, dico solo questo.
Dusan Vukcevic: vive del suo tiro da 3, che mette a segno il 44% delle volte, ma alterna serate da 1/7 ad altre da 4/4. Quelli pesanti, comunque, tende a metterli, specialmente la bomba a 2′ e 20” dalla fine che regala alla Virtus il derby di ritorno e a lui, nativo di Sarajevo come Danilovic, un posto nella hall of fame bianconera. Io lo terrei.
Reyshawn Terry: parte fortissimo, dando alla Virtus quell’atletismo che mancava, poi anche lui inizia ad avere un andamento sinusoidale, dimostrando preoccupanti limiti difensivi. Strepitosa gara 1 di playoff, poi una fastidiosa periostite lo mette KO. Peccato, davvero.

Staff

Renato Pasquali: la sua conferma lascia perplessi in molti e il suo esonero alla quinta giornata, dopo due sconfitte che puzzano di sciopero, non fa certo ricredere i suoi critici. Il suo merito più grande è l’aver voluto fortemente Langford, ma in fondo anche sul resto non ha grandi colpe, il suo destino pareva segnato già dall’inizio.

Matteo Boniciolli: secondo alcuni era l’obiettivo primario già in estate dopo il miracolo avellinese dell’anno precedente, il matrimonio ritardato gli consegna una squadra non sua e così è difficile. Parte con 7 vittorie di fila, poi si mette in testa che il miglior centro della stagione scorsa non è adatto a giocare da centro e retrocede Giovannoni nello spot di 3 dove ha sempre sofferto; in seguito si cosparge il capo di cenere, porta la squadra in finale di Coppa Italia, alla vittoria di Eurochallenge e al secondo posto. Dopo la coppa, però, la squadra crolla e certe sue scelte lasciano perplessi; chiede un rinnovo faraonico, viene silurato.
Claudio Sabatini: il personaggio è quello, nel bene e nel male, inutile tentare di cambiarlo, prendere o lasciare. Però certe cose come i casi Blizzard e Boykins potevano essere trattati in maniera meno mediatica e certe sue "sparate" gli stanno alienando molti consensi tra i tifosi, ossia coloro che pagano il biglietto per entrare alla Futurshow Station. In pochi credono che cederà la Virtus, ancora meno quelli che pensano ad una squadra con obiettivo-salvezza, comunque andrà mi permetto di dare tre piccoli consigli a colui che ci ha salvato nel 2003: lavare più spesso i panni sporchi in casa propria, ingaggiare il prima possibile il nuovo allenatore, lasciare che siano lui e il GM Faraoni a costruire la squadra. Chiedere di più sarebbe, forse, chiedere troppo.

PS nella colonna di sinistra, ho iniziato ad aggiornare la sezione "viaggi" con le foto della vacanza-studio a Miami del 2004, la mia prima con fotocamera digitale. Le immagini sono su Picasa (porqué Picasa es mi casa), se ne avete voglia dateci un occhio.

Day 13 – Chicago

La nostra esplorazione di Chicago inizia dal Loop, ovvero dal centro. La fermata della metro è all’interno di un centro commerciale da cui uscire non è così facile, vista la mancanza di indicazioni e riferimenti, ma quando riusciamo a mettere la testa fuori i grattacieli vetrati della Windy City ci accolgono in uno spettacolo di luce grandioso. Dopo qualche passo capiamo anche il perchè del suddetto soprannome: c’è un vento veramente notevole. Attraversiamo il ponticello sul Chicago River e ci incamminiamo lungo quello che la guida chiama "il tour delle cartoline"; la grande vena artistica della terza città degli USA è testimoniata dalle sculture di Picasso e Mirò (due pivelli, proprio…) che incontriamo lungo il cammino. Passiamo il celebre Chicago Theatre ed arriviamo sotto l’Old Marshall Field’s Clock, il grande orologio divenuto il punto di incontro dei "chicaghesi" (incluso Jonathan Grass) sin dalla fine del XIX secolo, dopodichè entriamo nel Millennium Park. Qua ci attende una delle più famose nonchè controverse opere d’arte della città, il Cloud Beam, meglio conosciuto come "the bean", il fagiolo: qua però è d’obbligo un approfondimento. Quando nel 2004 la suddetta scultura di Anish Kapoor venne presentata, nonostante dovesse ancora essere ultimata, gli abitanti la accolsero abbastanza freddamente: "tutto qui?", si chiedevano, "abbiamo pagato 23 milioni di dollari per questa roba qui?". Subito dopo venne nuovamente coperta per permettere allo scultore di terminarla, causando ulteriore malcontento tra la popolazione: "abbiamo pagato 23 milioni per un pezzo di metallo ed ora non possiamo neanche vederlo?". Due anni dopo, però, la scultura definitiva venne rivelata e i cittadini se ne innamorarono subito, per via di come riflette sia il cielo che lo skyline, perchè ci puoi anche passare sotto e per tutta una serie di ragioni che tanto piacciono agli americani, tant’è che abiurarono immediatamente il loro precedente scetticismo e fecero entrare il fagiolo magico nei loro cuori. Finito l’excursus, riprendiamo: sempre nel Millennium Park c’è la Crown Fountain, altra americanata che attrae tanti bambini vogliosi di sguazzarci dentro. Usciamo dal parco e passiamo davanti al celebre Art Institute e ai suoi leoni di bronzo che ne sorvegliano l’ingresso e che, ogni volta che la bacheca di qualche squadra di Chicago si arricchisce di un nuovo trofeo, vengono addobbati con i relativi colori; a breve distanza c’è un’altra opera d’arte pubblica, il fenicottero di Alexander Calder e l’ultima tappa della nostra gita mattutina (anche se sono già le 2 del pomeriggio), ovvero la Sears Tower, l’edificio più alto degli Stati Uniti (pre ed ovviamente post Twin Towers). Ci allineamo alla chilometrica coda e finalmente riusciamo a salire: lo spettacolo è impressionante ed è un peccato che, contrariamente a quanto succede sulla CN Tower di Toronto, non si possa uscire sul terrazzo per fare delle foto, anche se la mia fida Panasonic farà un ottimo lavoro per limitare al massimo l’effetto riflettente delle finestre. Dicevo dello spettacolo: se ci si rivolge verso Nord lo sguardo si perde tra le apparentemente infinite acque del lago Michigan, mentre a Sud si è di fronte ad un analoga impressione con il cemento, occasionalmente intervallato dal Chicago River e da qualche macchia verde. Si nota chiaramente la Route 66, che inizia proprio a pochi passi dalla torre, ed aguzzando un po’ la vista si vedono il Soldier Field, casa dei Bears, e lo United Center, tana dei Bulls. Tornando indietro ci fermiamo al Bourgeois Pig, dove fanno delle ottime pseudo-focaccie con un ripieno a 2 cifre e, viste l’ora e la situazione della valigia, decidiamo di dedicare il resto del pomeriggio alla lavatrice. Nient’altro da segnalare per oggi, domani spedizione allo United Center!

Free Image Hosting at www.ImageShack.usFree Image Hosting at www.ImageShack.usFree Image Hosting at www.ImageShack.usFree Image Hosting at www.ImageShack.usFree Image Hosting at www.ImageShack.us

Day 12 – From Boston to Chicago

Ci alziamo giusto in tempo per il check out e, essendo tremendamente in anticipo, ammazziamo un po’ il tempo navigando su internet dai terminali della lobby. Scaduto il nostro orario, prendiamo su armi e (soprattutto) bagagli e ci dirigiamo verso la nostra cara fermata Arlington, da dove avremmo preso la metro per l’aeroporto. Una volta lì ci rechiamo al check in della American Airlines e notiamo subito l’enorme coda davanti al medesimo, costituita in buona parte da gente diretta in Costa Rica (che, a occhio, sarà un terzo della popolazione effettiva). Dopo due ore di attesa tocca a noi e ci accorgiamo della PIACEVOLE novità: su AA le valigie si pagano. Già, non è la tassa sul bagaglio troppo pesante, devi pagare 25 dollari in più se vuoi imbarcare una valigia nella stiva e altri soldi in caso essa ecceda la franchigia massima consentita: paghiamo il pizzo e ci dirigiamo al gate, dove abbiamo tutto il tempo per pranzare visto che il nostro aereo accumula ritardo su ritardo. Una volta a bordo, altra ottima notizia: i pasti sono a pagamento. D’accordo che eravamo sazi, ma avere sulla compagnia di bandiera di un paese che non è proprio del quarto mondo gli stessi disservizi delle compagnie low cost (ovviamente senza le stesse tariffe) è un tantino deprimente. Se non altro le tre ore di viaggio scorrono senza intoppi e durante l’atterraggio ci godiamo una splendida visuale dall’alto dei Great Lakes che si estendono a perdita d’occhio: se uno non lo sapesse, potrebbe giurare di star sorvolando l’oceano. Dopo aver preso le valigie studiamo la strategia migliore per andare al nostro ostello: ancora una volta la metropolitana risulta la soluzione migliore. Una volta in viaggio, notiamo subito una cosa curiosa: c’è una fortissima disomogeneità nella distanza tra le varie fermate. Capita che tra due successive possano passare 40 secondi come 5 minuti e la cosa non aiuta certo a rendersi conto delle reali distanze tra i vari punti. Dopo un’ora e mezza di metro e un cambio arriviamo alla nostra fermata, Fullerton, dove usciamo tramite gli scomodissimi tornelli e ci incamminiamo verso il nostro ostello. Ad accoglierci c’è l’attraente Lisa, che ci assegna la nostra stanza e ci fornisce qualche indicazione sul quartiere: andiamo ad appoggiare le valigie e notiamo subito che, nonostante fossimo negli USA spreconi, in questo ostello non vi è traccia di aria condizionata. Le alternative sono due: tenere la finestra aperta o usare un ventilatore risalente, ad occhio e croce, all’anteguerra. La prima ipotesi viene presto scartata causa il diabolico meccanismo di apertura che mette in difficoltà anche un futuro ingegnere aerospaziale come Ale e, soprattutto, delle zanzare, e neanche la seconda sembra essere vincente, siccome l’aggeggio è piuttosto rumoroso: troviamo il compromesso migliore con il ventilatore a velocità media messo sul tavolino per poter essere puntato direttamente sui nostri corpi. Dopo una veloce doccia, ci rechiamo fuori per trovare un posto dove mangiare e la scelta cade su un pub poco distante dall’ostello, in cui seguiamo in diretta la cerimonia di apertura dell’Olimpiade (o perlomeno la sfilata degli atleti). Il tempo di compiacersi perchè qualcuno al juke box ha scelto di mettere su "Say it ain’t so" dei Weezer e si torna in ostello per smaltire le scorie del viaggio: domattina si punta diretti verso il Loop, il centro di Chicago.

Day 11 – Boston

Il programma della mattina prevede il giro di Beacon Hill: un tempo il quartiere degli afroamericani, oggi è una delle zone residenziali più chic di Boston, con le case in perfetto stile New England e i viali stretti. Si parte sempre dal Boston Common e si va verso l’alto: prima tappa è il Robert Gould Shaw Memorial, monumento ai soldati afroamericani morti durante la guerra civile. Una volta iniziata la salita ed entrati nelle stradine di cui sopra, si giunge al Nichols House Museum, museo dedicato a Rose Standish Nichols, storica leader delle suffragette, nonchè una delle pochissime case di Beacon Hill aperte al pubblico; girando a sinistra si arriva su Mount Vernon Street, definita da Henry James "la strada più rispettabile d’America", e, poco dopo, alla seconda casa di Gray Otis, immobiliarista, senatore e sindaco di Boston del XVIII secolo. Entrando in Willow Street si arriva ad Acorn Street, la strada più stretta della città nonchè uno dei suoi luoghi più famosi e fotografati: questo vicolo in pavè un tempo ospitava molti artigiani e il personale di servizio delle mansioni adiacenti. Tornando indietro ci infiliamo in Louisburg Street, la via più prestigiosa di Boston, dove viveva la scrittrice Louisa May Alcott e dove risiede il senatore John Kerry, candidato presidente nel 2004, con sua moglie Teresa Heinz (sì, proprio l’Heinz del ketchup, della maionese…). Nel bel mezzo di Pinckney Street, invece, vi è quella che un tempo era la casa di Susan Hillard, divenuta famosa per il rifugio dato a schiavi fuggitivi nonostante suo marito fosse contrario all’abolizione della schiavitù; dall’altra parte della strada si trova un condominio che un tempo fu la Phillips School, ossia il primo liceo bostoniano con integrazione razziale e sessuale. Sempre nelle vicinanze c’è una delle case più vecchie del quartiere, quella in cui risiedeva George Middleton, cocchiere afroamericano molto attivo nella sua comunità che divenne prima comandante di un reggimento di soli neri durante la Rivoluzione Americana (i Bucks of America) poi Gran Maestro della Loggia Africana, setta massonica ugualmente composta. Il percorso "nero" continua con il Museum of African-American History, dove ci fermiamo per una visita: è piccolo e siamo gli unici 2 visitatori, però è fatto bene, interessante, ci viene mostrato un video sulla storia dei neri nel Massachussets e di come sia diventato il primo stato ad abolire la schiavitù e ci intratteniamo un po’ a parlare con la "guida", un ragazzo nato negli USA da genitori nigeriani. Usciti dal museo arriviano al Holmes Alley, un vicolo stretto e tortuoso ben noto agli schiavi fuggitivi che riuscivano ad eludere l’inseguimento dei loro cacciatori nascondendosi tra le sue ombre; poco dopo si trova l’ex casa di Lewis Hayden, anch’essa rifugio di molti schiavi fuggitivi, di cui si narra che fosse solito ammonire i cacciatori di schiavi in avvicinamento dicendo "leave in peace o leave in pieces" ("andatevene in pace o andatevene a pezzettini", sembra infatti che il buon Lewis nascondesse in casa sua un arsenale ben fornito ed infatti nessuno osò mai perquisire casa sua). Finito il giro, Alex avanza la richiesta di visitare Fenway Park, storico stadio dei suoi Boston Red Sox: essa viene naturalmente accettata, ma l’idea di farsela a piedi lungo il Charles River diventa un tantino estenuante. Ci fermiamo a mangiare in una cafeteria vicino al Boston College e ci rechiamo in uno dei templi del baseball: è uno dei pochissimi stadi vecchio stile, non ancora convertito in una di quelle strutture ipertecnologiche moderne, i suoi 96 anni si vedono tutti ma la struttura regge ancora. Chi segue il baseball saprà che i Red Sox sono diventati famosi loro malgrado per una delle astinenze più lunghe della storia dello sport professionistico: sono stati infatti per ben 86 anni (1918-2004) senza vincere un titolo, perdendo partite in maniera impensabile ed alimentando la leggenda della maledizione di Babe Ruth. Lì vicino c’è il negozio ufficiale della squadra, dove c’è veramente di TUTTO con i colori dei bostoniani, anche la biancheria intima (tanga inclusi): io mi limito a prendere una maglietta per mio padre mentre Alex prende l’immancabile pallina per la collezione. Dopo la visita, prendiamo la metro ed andiamo a riposare i piedi al Boston Common, dove ci godiamo anche lo show di uno scoiattolo prima che venga interrotto da un gruppo di ragazzini spagnoli. La sera, dopo qualche foto allo skyline di Back Bay dal tetto dell’ostello, ci rechiamo a cenare all’Intermission ma notiamo ben presto che il locale è strapieno: che fare? Beh, si dovrà tornare da Picco…

Free Image Hosting at www.ImageShack.usFree Image Hosting at www.ImageShack.usFree Image Hosting at www.ImageShack.usFree Image Hosting at www.ImageShack.us