Appreciate greatness

La nostra storia inizia il 27 dicembre 1964: siamo al Cleveland Stadium e i locali Browns stanno giocando il Championship Game, l’antenato del Super Bowl, contro i Baltimore Colts. Per la squadra di casa è un trionfo: 27-0 e quarto titolo NFL della loro storia. Nella testa dei tifosi scesi in strada a festeggiare non c’è, non può esserci, il pensiero che quello sarà l’ultimo titolo sportivo che vedranno per molto, molto tempo.

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Se uno pensa ai laghi italiani, pensa subito a posti celestiali: Sirmione, Torri del Benaco, Iseo… Negli USA, la situazione è un filo più complicata. Cleveland, per esempio, è tutto fuorché una bella città. Non è certamente l’unica della zona: Detroit, per dire, è un’altra città veramente brutta. Gli abitanti di Motown, però, si possono consolare con una tradizione sportiva di tutto rispetto: sono infatti una delle poche città ad aver vinto almeno un titolo in ognuna delle quattro principali leghe professionistiche americane (NBA, NFL, MLB, NHL) e la loro ultima vittoria risale a “soli” 8 anni fa (Stanley Cup vinta dai Red Wings. Hockey su ghiaccio, per i profani). Alla gente di Cleveland, invece, per distrarsi dalla bruttezza della città, conviene recarsi alla Hall of Fame del rock ‘n’ roll (questo termine venne coniato proprio qui dal dj Alan Freed): come accennato, i Browns non vincono nulla dal lontano 1964. Nel 1996, la squadra è stata trasferita a Baltimore dal proprietario Art Modell ma, in seguito alle proteste dei residenti, si è deciso di mantenere il nome Browns e tutta la storia a Cleveland per una futura “rinascita” (che sarebbe avvenuta 3 anni più tardi). Quello che sa di beffa è che, dopo soli 4 anni, i neonati Baltimore Ravens, che hanno mantenuto giocatori e staff tecnico dei furono Browns, hanno vinto il Super Bowl, concedendo il bis nel 2012. Gli attuali Cleveland Browns, invece, sono una delle sole quattro squadre a non aver mai nemmeno giocato un Super Bowl. Le cose non vanno meglio nel baseball e nel basket: gli Indians non vincono le World Series addirittura dal 1948 e i Cavaliers non hanno mai vinto nulla di rilevante. Nel 2004, inoltre, ESPN ha eletto Cleveland “la città più torturata dello sport professionistico”. Eppure, nella città più popolosa dell’Ohio è cresciuto Jesse Owens, 4 volte oro olimpico e, soprattutto, autore di uno dei gesti più iconici della storia dello sport.patrono_1565387276

La storia sportiva di Cleveland sembra giungere a una svolta il 22 maggio 2003, quando la Draft lottery regala la prima scelta assoluta proprio ai Cavs. Quello del 2003 è un Draft pieno di talento, ma c’è un nome che spicca sugli altri, tanto che Gordon Gund, allora proprietario dei Cavaliers, sale sul palco con una canotta recante già numero e nome di colui che intende scegliere. Casualmente, il ragazzo è nativo di Akron, cittadina sita 40 miglia a sud di Cleveland: come direbbe Federico Buffa, “il nome, il cognome ed eventualmente il soprannome, non avete bisogno che ve li dica io”.

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La sobria felicità di Gund

La storia di Lebron Raymone James è una delle tante: mamma Gloria ha 16 anni quando lo partorisce ed è sempre alla ricerca di un lavoro per mantenere lei e suo figlio. Il padre? E chi l’ha mai visto? A 9 anni, il piccolo Lebron si trasferisce momentaneamente a casa di Frank Walker, allenatore di football dei ragazzini locali, che gli fa conoscere il basket. Il ragazzo è talentuoso, molto talentuoso, e questo talento genera anche qualche controversia: James e i suoi 3 inseparabili amici/compagni di squadra decidono infatti di non frequentare il liceo pubblico locale, come sperano quei residenti di Akron che fanno a spallate per vederlo giocare nei campetti, ma la St. Vincent and St. Mary High School, scuola privata, cattolica e a larga maggioranza bianca. Tenetevi a mente questo episodio. Con la canotta dei Fighting Irish è semplicemente devastante e anche i media iniziano a interessarsi a lui: prima dell’inizio del suo terzo anno, finisce sulla copertina della rivista SLAM e, finito il liceo, lo scrittore Ryan Jones lo definirà “il cestista più pompato di sempre”, laddove “pompato” è una libera ma tutt’altro che perfetta traduzione di hyped.

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Spoiler alert: Sebastian Telfair non ha dominato il mondo.

Altre controversie accompagnano la crescita della sua fama: mamma Gloria, per il suo 18° compleanno, gli regala una macchina. Non uno scassone usato: una Hummer H2 nuova di zecca, pagata con i soldi di un prestito ottenuto dando come garanzia i futuri guadagni di Lebron una volta diventato professionista. Inoltre, un negozio sportivo locale gli regala due divise storiche (valore complessivo 850$) in cambio di alcune foto pubblicitarie. James viene inizialmente radiato dalle competizioni liceali, visto che in Ohio nessun non-professionista può ricevere più di 100$ come ricompensa sportiva, ma Lebron fa appello e la sentenza viene commutata in due giornate di squalifica. Al ritorno sul parquet, ne metterà 52, suo record da non-professionista. Come ampiamente previsto, dopo il diploma decide di saltare l’università e dichiararsi per il Draft.

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Non proprio una Panda, insomma.

Il nome di Lebron James è celebre ancora prima di aver messo piede nella NBA: nell’estate del 2003, infatti, chi scrive compie il suo primo viaggio negli USA e, ovviamente, prende d’assalto ogni negozio di articoli sportivi alla ricerca di canotte introvabili in Italia, rimanendo sorpreso dal fatto che siano già in vendita ovunque quelle con il numero 23 dei Cavs. La sua carriera professionistica è già stata documentata su questo blog, quindi mi limiterò a un riassunto il più breve possibile, soffermandomi solo su alcuni punti che serviranno alla narrazione seguente. In soli 4 anni, James trasforma Cleveland da una squadra anonima a una finalista NBA, seppur sconfitta per 4-0 dai San Antonio Spurs di Duncan, Parker e Ginobili. Lebron chiude le sue Finals con 22 punti, 7 rimbalzi e 7 assist di media, ma con percentuali scarsine: 35,6% dal campo, 20% da 3, 69% ai liberi. C’è chi ancora gli rinfaccia queste cifre. La stagione 2008/09 è quella della definitiva consacrazione: diventa MVP per la prima volta (primo Cavalier a riuscire nell’impresa), arriva secondo nelle votazioni per il miglior difensore e conduce Cleveland alla sua miglior stagione di sempre (66 vinte, 16 perse) e a una sola vittoria dal record NBA per le vittorie casalinghe (39 su 41). La squadra viene però eliminata in finale di Conference dagli Orlando Magic di Dwight Howard e la reputazione di James inizia a traballare. Inizia infatti a crearsi una nutrita schiera di haters che sostiene che Lebron sia un giocatore sopravvalutato, con un gran fisico ma una scarsa tecnica, che manchi della mentalità vincente tipica di Michael Jordan e Kobe Bryant e che sia uno sbruffone. Sull’ultima asserzione non hanno proprio tutti i torti: James si rende protagonista di alcuni gesti non proprio sportivi, come l’abbandonare il campo dopo la decisiva sconfitta in gara-6 contro i Magic senza stringere la mano agli avversari. La stagione 2009/10 è l’ultima prima che il contratto di Lebron con i Cavaliers scada: lui vuole rimanere, ma chiede che la squadra venga rinforzata quanto basta per lottare per il titolo. A Cleveland arrivano Shaquille O’Neal, 37enne e ben lontano dal dominatore visto a Los Angeles e Miami, e Antawn Jamison, altro giocatore in parabola discendente: non benissimo. Risultato? James rivince il titolo di MVP ma i Cavs si fermano addirittura un turno prima rispetto alla stagione precedente, perdendo 4-2 in semifinale di Conference contro i Boston Celtics nonostante il fattore campo a favore. Gara-5, a Cleveland, è il punto di rottura: con la serie sul 2-2, i Celtics infliggono ai Cavs la loro più cocente sconfitta casalinga di sempre ai playoff (120-88) e Lebron gioca malissimo, tirando con il 20% dal campo e uscendo tra i fischi dei suoi tifosi. Il primo luglio, James diventa ufficialmente free agent e, ovviamente, c’è grande fermento per sapere quale sarà la futura squadra di un giocatore capace da solo di spostare gli equilibri dell’intera NBA. La decisione viene ufficializzata una settimana dopo, in una trasmissione televisiva creata ad hoc da ESPN e intitolata, appunto, The Decision: Lebron James ha accettato l’offerta dei Miami Heat.

Apriti cielo: James diventa uno dei giocatori più odiati del pianeta. Prima ancora del cosa, c’è il come: uno show apposta, la frase “I’m taking my talents to South Beach” e la decisione di andare a Miami, dove gioca Dwyane Wade, uno dei giocatori più forti in quel momento, e dove è già stato annunciato l’arrivo di un altro campione, Chris Bosh. Molti vedono in Lebron un codardo, colui che ha tradito la sua città natale, che aveva riposto in lui le speranze di uscire finalmente dall’anonimato sportivo, per andare a giocare in uno squadrone costruito per asfaltare tutto e tutti. A Cleveland, infatti, è locura total: la gente scende in piazza a bruciare le canotte con il suo nome e la sua gigantografia alla Quicken Loans Arena viene letteralmente fatta a pezzi. Il proprietario Dan Gilbert scrive una lettera aperta ai fan (sulla home page del sito dei Cavs, in Comic Sans) in cui assicura che la squadra vincerà un titolo prima “dell’auto-proclamatosi ex-re” e, nei suoi negozi di articoli sportivi, abbassa il prezzo della canotta di James a 17,41 $: il 1741 è infatti l’anno di nascita di Benedict Arnold, ex-generale delle truppe americane che, durante la guerra d’indipendenza, commise defezione unendosi all’esercito britannico. Alcuni abitanti di Cleveland tornano a parlare di quando scelse di andare al liceo privato bianco e cattolico invece di rimanere tra la gente del ghetto con cui era cresciuto (ve l’avevo detto di tenerlo a mente!). Anche Michael Jordan, colui al quale ogni superstar viene prima o poi paragonata, interviene nel dibattito: asserisce che mai e poi mai gli sarebbe venuto in mente di contattare Magic Johnson, Larry Bird o i giocatori più forti dei suoi tempi per unirsi a loro, lui voleva batterli. Aggiunge anche che i tempi sono cambiati e che non c’è nulla di male in ciò che ha fatto Lebron, ma ovviamente questa frase viene ignorata. Giusto per non farsi mancare nulla, nella conferenza stampa di presentazione di quelli che, in onore della grande comunità ispanica di Miami, verranno soprannominati i Three Amigos, James si concede un’altra smargiassata, promettendo implicitamente la vittoria di ben otto titoli.

La storia la sapete: gli Heat arrivano subito in finale, ma perdono in maniera del tutto inaspettata contro i Dallas Mavericks di Dirk Nowitzki. La gioia degli haters è totale: in campo, James segna solo 8 punti in gara-4 e, nei quarti quarti, tiene una media di soli 3 punti. Fuori dal campo, dopo la sopracitata gara-4 in cui Nowitzki aveva segnato il canestro della vittoria nonostante stesse giocando con la febbre a 38,3 °C, Lebron e Wade vengono colti dalle telecamere a scimmiottare la tosse del tedesco. Se siete assidui frequentatori di questo blog, saprete che la redemption di James inizia qua. Il Lebron giocatore affina la sua tecnica, coinvolge maggiormente i compagni e, al tempo stesso, inizia a prendersi la sua leadership: i Miami Heat sono indiscutibilmente la “sua” squadra, con Wade e Bosh a fare da secondo e terzo violino. Sul parquet, James è devastante e dà, finalmente, la sensazione di essere quel giocatore totale e abbacinante che finora aveva solo fatto intravedere (relativamente al potenziale, si intende). Il Lebron uomo diventa più rispettoso degli avversari, chiude (quasi) completamente con le smargiassate, si pente dei modi con cui ha annunciato il suo trasferimento a Miami e dichiara che, nei panni di un tifoso dei Cavs, anche lui si sarebbe infuriato in seguito alla sua decisione. Nei 3 anni successivi, arriva altrettante volte in finale: vince, finalmente, la prima, 4-1 contro i talentuosi ma acerbi Oklahoma City Thunder (vi ricordo che, per i dettagli, ci sono i post di questo blog datati giugno 2012. Ricordo a me stesso, invece, che a nessuno importa). Vince, in maniera molto meno agevole, anche la seconda, dopo una combattutissima serie contro gli Spurs finita 4-3. Perde invece la terza, sempre contro i texani: James gioca bene, ma viene limitato dalla marcatura asfissiante di Kawhi Leonard, che verrà premiato come MVP delle Finals. Il 25 giugno del 2014, Lebron si avvale della clausola di uscita del suo contratto e diventa free agent. C’è chi pensa che firmerà nuovamente con gli Heat ma a cifre più basse per consentire alla franchigia di migliorare la squadra. C’è, invece, chi inizia a parlare di un suo clamoroso ritorno a Cleveland. Nessuno show televisivo, stavolta, ma una lettera aperta pubblicata su Sports Illustrated: dice di aver incontrato Dan Gilbert privatamente, vis-à-vis, e di aver conversato con lui in maniera franca. Entrambi si sono scusati, hanno fatto pace e ora James è intenzionato a riprendere la sua missione iniziale: vincere un campionato con la canotta dei Cleveland Cavaliers.bsrscbjcyaaa5vl

Contrariamente alla famigerata Decision, l’accoglienza del pubblico, stavolta, è positiva, tanto che molti haters rivedono le loro posizioni, pur aspettandolo al varco. Anche Gilbert fa la sua parte: al figliol prodigo e a Kyrie Irving, infatti, viene affiancato il (vero o presunto) terzo big, Kevin Love, e la squadra passa da 33 a 53 vittorie stagionali e dal decimo al secondo posto nella Eastern Conference. Lebron arriva alla sua quinta finale NBA consecutiva, ma la squadra non è nelle migliori condizioni: Love dovrà saltare tutta la serie per un infortunio precedente e a Irving toccherà la stessa sorte nei minuti finali di gara-1. Come se non bastasse, l’avversario è fortissimo: i Golden State Warriors hanno macinato record su record, sono arrivati alle Finals in pantofole e pipa e schierano, fra gli altri, l’MVP del campionato, Stephen Curry. Ciononostante, dopo la sconfitta in gara-1, James vince le due partite seguenti praticamente da solo. Sotto 2-1, Steve Kerr, allenatore dei Warriors, decide di aumentare il minutaggio di Andre Iguodala, con l’esplicito obiettivo di limitare Lebron: non solo Golden State vincerà la serie 4-2 ma, come Leonard l’anno prima, il difensore a cui è stato affidato James vince il titolo di MVP delle Finals.cozqad

Infine, quest’anno, la redemption definitiva. È tornato in finale, per la sesta volta consecutiva. Si è trovato sotto 3-1, punteggio che non è mai stato ribaltato in una serie finale. Grazie a lui, questa frase è ora sbagliata: una volta è successo. Questa volta. È stato il miglior realizzatore, rimbalzista, assistman, stoppatore e recupera-palloni non solo della sua squadra, ma delle intere Finals, prima volta nella storia. Ha battuto una vera e propria corazzata come i Golden State Warriors. Ha saputo migliorare drasticamente il suo gioco una volta trovatosi spalle al muro. A tal proposito, ho preparato una piccola tabella che mostra, numeri alla mano quanto appena asserito:

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Sì, mi diverto a fare queste cosine. “Turnovers” sono le palle perse, “FG%” la percentuale dal campo, “3P%” quella da 3 e “FT%” quella ai tiri liberi.

È arrivato a 7 triple doppie nelle Finals, meglio di lui solo Magic Johnson (8). È stato protagonista di quasi tutte le giocate che hanno deciso la serie, pur essendo stato egregiamente assistito da Kyrie Irving. Piccola parentesi: al ritorno di James, in molti hanno pensato che il prodotto di Duke avrebbe potuto soffrire del “declassamento” da leader indiscusso a secondo violino. Nulla di tutto ciò: nei due anni con Lebron, Irving è maturato tantissimo come giocatore e ora è senza dubbio uno dei migliori della NBA nel suo ruolo. Ha vinto il suo terzo titolo di MVP delle Finals, raggiungendo Duncan, O’Neal e Magic e sorpassando Bryant. Ha compiuto la sua missione. Grazie a lui, anche chi ha meno di 52 anni può dire di aver visto una squadra di Cleveland vincere qualcosa. Ha fatto ricredere tutti i suoi critici, sebbene ce ne sia ancora qualcuno che, come quei soldati giapponesi che si rifiutarono di obbedire alla resa nella Seconda Guerra Mondiale, continua a criticarlo, sostenendo che la serie l’abbia vinta Irving e non lui e/o che queste Finals siano state più una sconfitta per Curry e compagni che una vittoria per James. Non diamogli importanza che non meritano. Let’s appreciate greatness.

E adesso? James, in teoria, quest’estate può uscire dal suo contratto con i Cavaliers. È possibile che lo faccia, ma non per “fuggire” di nuovo, bensì per firmare un nuovo contratto a cifre più basse e lasciare spazio salariale a Cleveland per rinforzare ulteriormente la squadra e dare la caccia al repeat. La mossa avrebbe perfettamente senso, in quanto, con il nuovo contratto televisivo, il salary cap di tutte le squadre salirà (e nemmeno di pochissimo) e Lebron ha appena firmato un nuovo contratto con la Nike, con il quale si è vincolato a vita al marchio di Beaverton. La cifra? Non è stata resa pubblica, ma alcune voci parlano di un miliardo di dollari. Sì, avete letto bene: miliardo. Al di là degli sterili dibattiti sulla moralità della sports economy, è l’ennesima testimonianza di quanto sia stato rivoluzionario l’impatto di Lebron James sul basket, sui media e su tutto quello che vi gravita intorno. Ogni tanto qualcuno riapre il dibattito su chi sia veramente il GOAT del basket (ovviamente non si parla di ovini, bensì di Greatest Of All Time): ho già spiegato come, secondo me, questo dibattito non abbia senso. James ha cambiato il basket in maniera radicale, come fece Jordan a suo tempo e come, probabilmente, sta facendo Curry. A proposito di Steph: è curioso notare come, un anno fa, fossero tutti ammaliati dal gioco dei Warriors e la loro vittoria finale fosse stata accolta da gioia pressoché unanime, mentre quest’anno c’è stato un diffuso cambiamento di sponda in stile Benedict Arnold. La stessa cosa accadde al primo Barcelona di Guardiola: prima tutti innamorati del suo tiki taka, poi tutti contro i catalani, “vincono sempre loro, che noia!”. Sul carro dei vincitori è facile salire, ma è ancora più facile scenderne quando il cocchiere è sempre lo stesso. Io preferisco guardare dalla finestra.

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Un commento su “Appreciate greatness

  1. William ha detto:

    Grazie mille! È fantastico leggerti. Dai tuoi post sale tutta la passione che possiedi e che riesci a trasmettermi riga dopo riga.
    Sono un nuovo amante della NBA e il tuo blog mi aiuterà moltissimo a immedesimarmi in quanto ho perso in questi anni.
    Continua così!
    Io vado a recuperare i vecchi post 🙂

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