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La nostra storia inizia il 27 dicembre 1964: siamo al Cleveland Stadium e i locali Browns stanno giocando il Championship Game, l’antenato del Super Bowl, contro i Baltimore Colts. Per la squadra di casa è un trionfo: 27-0 e quarto titolo NFL della loro storia. Nella testa dei tifosi scesi in strada a festeggiare non c’è, non può esserci, il pensiero che quello sarà l’ultimo titolo sportivo che vedranno per molto, molto tempo.

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Se uno pensa ai laghi italiani, pensa subito a posti celestiali: Sirmione, Torri del Benaco, Iseo… Negli USA, la situazione è un filo più complicata. Cleveland, per esempio, è tutto fuorché una bella città. Non è certamente l’unica della zona: Detroit, per dire, è un’altra città veramente brutta. Gli abitanti di Motown, però, si possono consolare con una tradizione sportiva di tutto rispetto: sono infatti una delle poche città ad aver vinto almeno un titolo in ognuna delle quattro principali leghe professionistiche americane (NBA, NFL, MLB, NHL) e la loro ultima vittoria risale a “soli” 8 anni fa (Stanley Cup vinta dai Red Wings. Hockey su ghiaccio, per i profani). Alla gente di Cleveland, invece, per distrarsi dalla bruttezza della città, conviene recarsi alla Hall of Fame del rock ‘n’ roll (questo termine venne coniato proprio qui dal dj Alan Freed): come accennato, i Browns non vincono nulla dal lontano 1964. Nel 1996, la squadra è stata trasferita a Baltimore dal proprietario Art Modell ma, in seguito alle proteste dei residenti, si è deciso di mantenere il nome Browns e tutta la storia a Cleveland per una futura “rinascita” (che sarebbe avvenuta 3 anni più tardi). Quello che sa di beffa è che, dopo soli 4 anni, i neonati Baltimore Ravens, che hanno mantenuto giocatori e staff tecnico dei furono Browns, hanno vinto il Super Bowl, concedendo il bis nel 2012. Gli attuali Cleveland Browns, invece, sono una delle sole quattro squadre a non aver mai nemmeno giocato un Super Bowl. Le cose non vanno meglio nel baseball e nel basket: gli Indians non vincono le World Series addirittura dal 1948 e i Cavaliers non hanno mai vinto nulla di rilevante. Nel 2004, inoltre, ESPN ha eletto Cleveland “la città più torturata dello sport professionistico”. Eppure, nella città più popolosa dell’Ohio è cresciuto Jesse Owens, 4 volte oro olimpico e, soprattutto, autore di uno dei gesti più iconici della storia dello sport.patrono_1565387276

La storia sportiva di Cleveland sembra giungere a una svolta il 22 maggio 2003, quando la Draft lottery regala la prima scelta assoluta proprio ai Cavs. Quello del 2003 è un Draft pieno di talento, ma c’è un nome che spicca sugli altri, tanto che Gordon Gund, allora proprietario dei Cavaliers, sale sul palco con una canotta recante già numero e nome di colui che intende scegliere. Casualmente, il ragazzo è nativo di Akron, cittadina sita 40 miglia a sud di Cleveland: come direbbe Federico Buffa, “il nome, il cognome ed eventualmente il soprannome, non avete bisogno che ve li dica io”.

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La sobria felicità di Gund

La storia di Lebron Raymone James è una delle tante: mamma Gloria ha 16 anni quando lo partorisce ed è sempre alla ricerca di un lavoro per mantenere lei e suo figlio. Il padre? E chi l’ha mai visto? A 9 anni, il piccolo Lebron si trasferisce momentaneamente a casa di Frank Walker, allenatore di football dei ragazzini locali, che gli fa conoscere il basket. Il ragazzo è talentuoso, molto talentuoso, e questo talento genera anche qualche controversia: James e i suoi 3 inseparabili amici/compagni di squadra decidono infatti di non frequentare il liceo pubblico locale, come sperano quei residenti di Akron che fanno a spallate per vederlo giocare nei campetti, ma la St. Vincent and St. Mary High School, scuola privata, cattolica e a larga maggioranza bianca. Tenetevi a mente questo episodio. Con la canotta dei Fighting Irish è semplicemente devastante e anche i media iniziano a interessarsi a lui: prima dell’inizio del suo terzo anno, finisce sulla copertina della rivista SLAM e, finito il liceo, lo scrittore Ryan Jones lo definirà “il cestista più pompato di sempre”, laddove “pompato” è una libera ma tutt’altro che perfetta traduzione di hyped.

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Spoiler alert: Sebastian Telfair non ha dominato il mondo.

Altre controversie accompagnano la crescita della sua fama: mamma Gloria, per il suo 18° compleanno, gli regala una macchina. Non uno scassone usato: una Hummer H2 nuova di zecca, pagata con i soldi di un prestito ottenuto dando come garanzia i futuri guadagni di Lebron una volta diventato professionista. Inoltre, un negozio sportivo locale gli regala due divise storiche (valore complessivo 850$) in cambio di alcune foto pubblicitarie. James viene inizialmente radiato dalle competizioni liceali, visto che in Ohio nessun non-professionista può ricevere più di 100$ come ricompensa sportiva, ma Lebron fa appello e la sentenza viene commutata in due giornate di squalifica. Al ritorno sul parquet, ne metterà 52, suo record da non-professionista. Come ampiamente previsto, dopo il diploma decide di saltare l’università e dichiararsi per il Draft.

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Non proprio una Panda, insomma.

Il nome di Lebron James è celebre ancora prima di aver messo piede nella NBA: nell’estate del 2003, infatti, chi scrive compie il suo primo viaggio negli USA e, ovviamente, prende d’assalto ogni negozio di articoli sportivi alla ricerca di canotte introvabili in Italia, rimanendo sorpreso dal fatto che siano già in vendita ovunque quelle con il numero 23 dei Cavs. La sua carriera professionistica è già stata documentata su questo blog, quindi mi limiterò a un riassunto il più breve possibile, soffermandomi solo su alcuni punti che serviranno alla narrazione seguente. In soli 4 anni, James trasforma Cleveland da una squadra anonima a una finalista NBA, seppur sconfitta per 4-0 dai San Antonio Spurs di Duncan, Parker e Ginobili. Lebron chiude le sue Finals con 22 punti, 7 rimbalzi e 7 assist di media, ma con percentuali scarsine: 35,6% dal campo, 20% da 3, 69% ai liberi. C’è chi ancora gli rinfaccia queste cifre. La stagione 2008/09 è quella della definitiva consacrazione: diventa MVP per la prima volta (primo Cavalier a riuscire nell’impresa), arriva secondo nelle votazioni per il miglior difensore e conduce Cleveland alla sua miglior stagione di sempre (66 vinte, 16 perse) e a una sola vittoria dal record NBA per le vittorie casalinghe (39 su 41). La squadra viene però eliminata in finale di Conference dagli Orlando Magic di Dwight Howard e la reputazione di James inizia a traballare. Inizia infatti a crearsi una nutrita schiera di haters che sostiene che Lebron sia un giocatore sopravvalutato, con un gran fisico ma una scarsa tecnica, che manchi della mentalità vincente tipica di Michael Jordan e Kobe Bryant e che sia uno sbruffone. Sull’ultima asserzione non hanno proprio tutti i torti: James si rende protagonista di alcuni gesti non proprio sportivi, come l’abbandonare il campo dopo la decisiva sconfitta in gara-6 contro i Magic senza stringere la mano agli avversari. La stagione 2009/10 è l’ultima prima che il contratto di Lebron con i Cavaliers scada: lui vuole rimanere, ma chiede che la squadra venga rinforzata quanto basta per lottare per il titolo. A Cleveland arrivano Shaquille O’Neal, 37enne e ben lontano dal dominatore visto a Los Angeles e Miami, e Antawn Jamison, altro giocatore in parabola discendente: non benissimo. Risultato? James rivince il titolo di MVP ma i Cavs si fermano addirittura un turno prima rispetto alla stagione precedente, perdendo 4-2 in semifinale di Conference contro i Boston Celtics nonostante il fattore campo a favore. Gara-5, a Cleveland, è il punto di rottura: con la serie sul 2-2, i Celtics infliggono ai Cavs la loro più cocente sconfitta casalinga di sempre ai playoff (120-88) e Lebron gioca malissimo, tirando con il 20% dal campo e uscendo tra i fischi dei suoi tifosi. Il primo luglio, James diventa ufficialmente free agent e, ovviamente, c’è grande fermento per sapere quale sarà la futura squadra di un giocatore capace da solo di spostare gli equilibri dell’intera NBA. La decisione viene ufficializzata una settimana dopo, in una trasmissione televisiva creata ad hoc da ESPN e intitolata, appunto, The Decision: Lebron James ha accettato l’offerta dei Miami Heat.

Apriti cielo: James diventa uno dei giocatori più odiati del pianeta. Prima ancora del cosa, c’è il come: uno show apposta, la frase “I’m taking my talents to South Beach” e la decisione di andare a Miami, dove gioca Dwyane Wade, uno dei giocatori più forti in quel momento, e dove è già stato annunciato l’arrivo di un altro campione, Chris Bosh. Molti vedono in Lebron un codardo, colui che ha tradito la sua città natale, che aveva riposto in lui le speranze di uscire finalmente dall’anonimato sportivo, per andare a giocare in uno squadrone costruito per asfaltare tutto e tutti. A Cleveland, infatti, è locura total: la gente scende in piazza a bruciare le canotte con il suo nome e la sua gigantografia alla Quicken Loans Arena viene letteralmente fatta a pezzi. Il proprietario Dan Gilbert scrive una lettera aperta ai fan (sulla home page del sito dei Cavs, in Comic Sans) in cui assicura che la squadra vincerà un titolo prima “dell’auto-proclamatosi ex-re” e, nei suoi negozi di articoli sportivi, abbassa il prezzo della canotta di James a 17,41 $: il 1741 è infatti l’anno di nascita di Benedict Arnold, ex-generale delle truppe americane che, durante la guerra d’indipendenza, commise defezione unendosi all’esercito britannico. Alcuni abitanti di Cleveland tornano a parlare di quando scelse di andare al liceo privato bianco e cattolico invece di rimanere tra la gente del ghetto con cui era cresciuto (ve l’avevo detto di tenerlo a mente!). Anche Michael Jordan, colui al quale ogni superstar viene prima o poi paragonata, interviene nel dibattito: asserisce che mai e poi mai gli sarebbe venuto in mente di contattare Magic Johnson, Larry Bird o i giocatori più forti dei suoi tempi per unirsi a loro, lui voleva batterli. Aggiunge anche che i tempi sono cambiati e che non c’è nulla di male in ciò che ha fatto Lebron, ma ovviamente questa frase viene ignorata. Giusto per non farsi mancare nulla, nella conferenza stampa di presentazione di quelli che, in onore della grande comunità ispanica di Miami, verranno soprannominati i Three Amigos, James si concede un’altra smargiassata, promettendo implicitamente la vittoria di ben otto titoli.

La storia la sapete: gli Heat arrivano subito in finale, ma perdono in maniera del tutto inaspettata contro i Dallas Mavericks di Dirk Nowitzki. La gioia degli haters è totale: in campo, James segna solo 8 punti in gara-4 e, nei quarti quarti, tiene una media di soli 3 punti. Fuori dal campo, dopo la sopracitata gara-4 in cui Nowitzki aveva segnato il canestro della vittoria nonostante stesse giocando con la febbre a 38,3 °C, Lebron e Wade vengono colti dalle telecamere a scimmiottare la tosse del tedesco. Se siete assidui frequentatori di questo blog, saprete che la redemption di James inizia qua. Il Lebron giocatore affina la sua tecnica, coinvolge maggiormente i compagni e, al tempo stesso, inizia a prendersi la sua leadership: i Miami Heat sono indiscutibilmente la “sua” squadra, con Wade e Bosh a fare da secondo e terzo violino. Sul parquet, James è devastante e dà, finalmente, la sensazione di essere quel giocatore totale e abbacinante che finora aveva solo fatto intravedere (relativamente al potenziale, si intende). Il Lebron uomo diventa più rispettoso degli avversari, chiude (quasi) completamente con le smargiassate, si pente dei modi con cui ha annunciato il suo trasferimento a Miami e dichiara che, nei panni di un tifoso dei Cavs, anche lui si sarebbe infuriato in seguito alla sua decisione. Nei 3 anni successivi, arriva altrettante volte in finale: vince, finalmente, la prima, 4-1 contro i talentuosi ma acerbi Oklahoma City Thunder (vi ricordo che, per i dettagli, ci sono i post di questo blog datati giugno 2012. Ricordo a me stesso, invece, che a nessuno importa). Vince, in maniera molto meno agevole, anche la seconda, dopo una combattutissima serie contro gli Spurs finita 4-3. Perde invece la terza, sempre contro i texani: James gioca bene, ma viene limitato dalla marcatura asfissiante di Kawhi Leonard, che verrà premiato come MVP delle Finals. Il 25 giugno del 2014, Lebron si avvale della clausola di uscita del suo contratto e diventa free agent. C’è chi pensa che firmerà nuovamente con gli Heat ma a cifre più basse per consentire alla franchigia di migliorare la squadra. C’è, invece, chi inizia a parlare di un suo clamoroso ritorno a Cleveland. Nessuno show televisivo, stavolta, ma una lettera aperta pubblicata su Sports Illustrated: dice di aver incontrato Dan Gilbert privatamente, vis-à-vis, e di aver conversato con lui in maniera franca. Entrambi si sono scusati, hanno fatto pace e ora James è intenzionato a riprendere la sua missione iniziale: vincere un campionato con la canotta dei Cleveland Cavaliers.bsrscbjcyaaa5vl

Contrariamente alla famigerata Decision, l’accoglienza del pubblico, stavolta, è positiva, tanto che molti haters rivedono le loro posizioni, pur aspettandolo al varco. Anche Gilbert fa la sua parte: al figliol prodigo e a Kyrie Irving, infatti, viene affiancato il (vero o presunto) terzo big, Kevin Love, e la squadra passa da 33 a 53 vittorie stagionali e dal decimo al secondo posto nella Eastern Conference. Lebron arriva alla sua quinta finale NBA consecutiva, ma la squadra non è nelle migliori condizioni: Love dovrà saltare tutta la serie per un infortunio precedente e a Irving toccherà la stessa sorte nei minuti finali di gara-1. Come se non bastasse, l’avversario è fortissimo: i Golden State Warriors hanno macinato record su record, sono arrivati alle Finals in pantofole e pipa e schierano, fra gli altri, l’MVP del campionato, Stephen Curry. Ciononostante, dopo la sconfitta in gara-1, James vince le due partite seguenti praticamente da solo. Sotto 2-1, Steve Kerr, allenatore dei Warriors, decide di aumentare il minutaggio di Andre Iguodala, con l’esplicito obiettivo di limitare Lebron: non solo Golden State vincerà la serie 4-2 ma, come Leonard l’anno prima, il difensore a cui è stato affidato James vince il titolo di MVP delle Finals.cozqad

Infine, quest’anno, la redemption definitiva. È tornato in finale, per la sesta volta consecutiva. Si è trovato sotto 3-1, punteggio che non è mai stato ribaltato in una serie finale. Grazie a lui, questa frase è ora sbagliata: una volta è successo. Questa volta. È stato il miglior realizzatore, rimbalzista, assistman, stoppatore e recupera-palloni non solo della sua squadra, ma delle intere Finals, prima volta nella storia. Ha battuto una vera e propria corazzata come i Golden State Warriors. Ha saputo migliorare drasticamente il suo gioco una volta trovatosi spalle al muro. A tal proposito, ho preparato una piccola tabella che mostra, numeri alla mano quanto appena asserito:

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Sì, mi diverto a fare queste cosine. “Turnovers” sono le palle perse, “FG%” la percentuale dal campo, “3P%” quella da 3 e “FT%” quella ai tiri liberi.

È arrivato a 7 triple doppie nelle Finals, meglio di lui solo Magic Johnson (8). È stato protagonista di quasi tutte le giocate che hanno deciso la serie, pur essendo stato egregiamente assistito da Kyrie Irving. Piccola parentesi: al ritorno di James, in molti hanno pensato che il prodotto di Duke avrebbe potuto soffrire del “declassamento” da leader indiscusso a secondo violino. Nulla di tutto ciò: nei due anni con Lebron, Irving è maturato tantissimo come giocatore e ora è senza dubbio uno dei migliori della NBA nel suo ruolo. Ha vinto il suo terzo titolo di MVP delle Finals, raggiungendo Duncan, O’Neal e Magic e sorpassando Bryant. Ha compiuto la sua missione. Grazie a lui, anche chi ha meno di 52 anni può dire di aver visto una squadra di Cleveland vincere qualcosa. Ha fatto ricredere tutti i suoi critici, sebbene ce ne sia ancora qualcuno che, come quei soldati giapponesi che si rifiutarono di obbedire alla resa nella Seconda Guerra Mondiale, continua a criticarlo, sostenendo che la serie l’abbia vinta Irving e non lui e/o che queste Finals siano state più una sconfitta per Curry e compagni che una vittoria per James. Non diamogli importanza che non meritano. Let’s appreciate greatness.

E adesso? James, in teoria, quest’estate può uscire dal suo contratto con i Cavaliers. È possibile che lo faccia, ma non per “fuggire” di nuovo, bensì per firmare un nuovo contratto a cifre più basse e lasciare spazio salariale a Cleveland per rinforzare ulteriormente la squadra e dare la caccia al repeat. La mossa avrebbe perfettamente senso, in quanto, con il nuovo contratto televisivo, il salary cap di tutte le squadre salirà (e nemmeno di pochissimo) e Lebron ha appena firmato un nuovo contratto con la Nike, con il quale si è vincolato a vita al marchio di Beaverton. La cifra? Non è stata resa pubblica, ma alcune voci parlano di un miliardo di dollari. Sì, avete letto bene: miliardo. Al di là degli sterili dibattiti sulla moralità della sports economy, è l’ennesima testimonianza di quanto sia stato rivoluzionario l’impatto di Lebron James sul basket, sui media e su tutto quello che vi gravita intorno. Ogni tanto qualcuno riapre il dibattito su chi sia veramente il GOAT del basket (ovviamente non si parla di ovini, bensì di Greatest Of All Time): ho già spiegato come, secondo me, questo dibattito non abbia senso. James ha cambiato il basket in maniera radicale, come fece Jordan a suo tempo e come, probabilmente, sta facendo Curry. A proposito di Steph: è curioso notare come, un anno fa, fossero tutti ammaliati dal gioco dei Warriors e la loro vittoria finale fosse stata accolta da gioia pressoché unanime, mentre quest’anno c’è stato un diffuso cambiamento di sponda in stile Benedict Arnold. La stessa cosa accadde al primo Barcelona di Guardiola: prima tutti innamorati del suo tiki taka, poi tutti contro i catalani, “vincono sempre loro, che noia!”. Sul carro dei vincitori è facile salire, ma è ancora più facile scenderne quando il cocchiere è sempre lo stesso. Io preferisco guardare dalla finestra.

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La storia di Benjamin Button, quella di Dorian Gray e altre affini sono fantasia, deal with it. Nella vita si invecchia o, meglio, si cresce. Si arriva a un punto in cui, tra le tante cose, non si fanno più 3 mesi interi di vacanza in estate. Giugno diventa quindi un mese problematico per chi ha già passato l’età liceal-universitaria ed è appassionato di uno sport la cui massima espressione si gioca a latitudini il cui fuso orario ti è nemico. Insomma, seguire le ultime due edizioni delle NBA Finals è stato piuttosto complicato per me. L’anno scorso, nella mia casa di Torino, mi rassegnai al fatto che, dal lunedì al sabato, un simpatico Apecar mi svegliasse tra le 4 e le 5 di mattina e sopperii alla mancanza di MySky seguendo la diretta su SkyGo. Quest’anno, mi sono perso addirittura gara-1, seppur volentieri, visto che quel giorno ero sul lago di Garda con la mia fidanzata (ovviamente scrivo questo per non dormire sul divano), e ho dovuto attendere la replica serale di gara-5 dribblando spoiler su spoiler per un errore di programmazione di MySky. Ne consegue che, quest’anno, invece dei soliti, perdonate il calembour, post post-gara, ce ne sarà uno solo, riassuntivo del tutto. Ovviamente, quando scrivo “tutto”, intendo “lunghissimo mappazzone di quelli che proprio se arrivi in fondo ti offro una birra seria mica una Heineken”.

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Questa, per esempio, è una signora birra

Le Finals di quest’anno sono state la rivincita di quelle dell’anno scorso. Le rose delle due squadre, i Golden State Warriors e i Cleveland Cavaliers, sono rimaste fondamentalmente le stesse; rimando quindi al post dell’anno scorso per approfondimenti. Sul lago è tornato Maurice “Mo” Williams e sono arrivati il veterano Richard Jefferson, la promessa mai mantenuta Channing Frye e il russo Sasha Kaun. Nella baia, invece, a metà stagione è arrivato il brasiliano Anderson Varejao, in uscita proprio dai Cavs. Le due finaliste hanno giocato due campionati profondamente diversi: quello dei Warriors è stato, senza mezzi termini, strepitoso. Hanno ottenuto il miglior record di sempre in regular season, con 73 vittorie su 82 partite, una in più dei Chicago Bulls di Michael Jordan. Sono stati la prima squadra di sempre a chiudere il campionato senza mai perdere 2 partite di fila. Hanno infranto diversi altri record che non vi starò a elencare. Stephen Curry è stato nominato MVP per il secondo anno consecutivo (per la prima volta nella storia della NBA, il voto è stato unanime) e Steve Kerr è stato nominato allenatore dell’anno. Ai playoffs, Golden State si è sbarazzata per 4-1 prima degli Houston Rockets, poi dei Portland Trail Blazers. In finale di Conference, invece, hanno dovuto faticare più del previsto contro gli Oklahoma City Thunder: finiti sotto per 3-1, sono riusciti a vincere 3 partite consecutive e a ribaltare la serie, diventando la decima squadra (su 233) a riuscire nell’impresa. Non così lineare, invece, è stata la stagione dei Cavs: il 22 gennaio, infatti, nonostante fossero in testa alla Eastern Conference con 30 vittorie e 11 sconfitte, l’allenatore David Blatt è stato esonerato, ufficialmente per “divergenze con il personale e la visione” della squadra. Tradotto: non andava d’accordo con Lebron James. La squadra è stata quindi affidata al vice-allenatore, Tyronn Lue. Molti appassionati di basket conoscono questo nome, ma la ragione non è particolarmente gratificante per lui. È il 6 giugno del 2001 e, allo Staples Center di Los Angeles, i Lakers stanno affrontando i Philadelphia 76ers in gara-1 delle NBA Finals. L’ultimo quarto si è chiuso sul 94 pari e si sta giocando il tempo supplementare. I Lakers sono superiori, ma i Sixers sono guidati da uno dei giocatori più entusiasmanti degli ultimi 20 anni, anzi, di sempre: Allen “The Answer” Iverson. A 50” dalla fine del supplementare, Philadelphia è sul +2 e Iverson riceve palla in post alto, marcato proprio da Lue: finta la penetrazione, si libera della marcatura con uno dei suoi caratteristici step back e segna quello che sarà il canestro decisivo per la vittoria. Non pago, come a ribadire la sua superiorità, nel rientrare in difesa scavalca Lue, che era caduto per terra.

Il povero Tyronn si porterà sempre sulle spalle questo macigno e, purtroppo, ben pochi si ricorderanno che la sua difesa su Iverson fu eccellente in tutta la serie (che verrà poi vinta 4-1 dai Lakers). Probabilmente l’episodio influì negativamente sul prosieguo della sua carriera da giocatore, non certo esaltante. In compenso, dopo un solo anno e mezzo da vice-allenatore, si ritrova a guidare una squadra che punta decisa al suo primo titolo NBA! I primi risultati sono decisamente positivi: primo posto a Est, spazzati via Detroit Pistons e Atlanta Hawks nei primi due turni di playoffs con solo qualche piccolo brivido nella finale di Conference contro i Toronto Raptors, vinta 4-2.

Le Finals di quest’anno sono state altalenanti e incostanti, tecnicamente non sempre esaltanti ma sicuramente emozionanti. In gara-1 hanno vinto i Warriors grazie agli eroi che non ti aspetti: tutti si aspettavano Steph Curry o Klay Thompson, ma il miglior marcatore è stato Shaun Livingston, ben coadiuvato dal brasiliano Leandro Barbosa. Il ragazzo nativo dell’Illinois ha una storia complicata alle spalle: è stato la quarta scelta assoluta al Draft del 2004 ma, 3 anni più tardi, proprio mentre stava iniziando a esprimersi ad alti livelli, ha subito un gravissimo infortunio che gli ha letteralmente distrutto il ginocchio destro. Qua sotto vi posto il video dell’episodio ma, vi avverto, non guardatelo se siete facilmente impressionabili.

Livingston ha rischiato l’amputazione dell’arto, ma, un anno e mezzo dopo, è tornato in campo. Ha girato tutta la NBA, compresi i Cavs per un breve periodo, poi ha trovato continuità nei Brooklyn Nets ed è stato preso dai Warriors, dove si è rivelato un ottimo back up per Curry. In gara-2, altra bastonata per Cleveland: dopo essere stata in vantaggio 28-22, subisce un mortifero parziale di 20-2 e perde per 110-77. Come se non bastasse, Love esce per una contusione cerebrale ed è costretto, dalle regole NBA, a saltare due partite. Mattatore di serata è Draymond Green, 28 punti con 5/8 da 3, mentre James fatica: 19 punti, 8 rimbalzi e 9 assist, ma anche 7 palle perse. I Cavs reagiscono in maniera veemente in gara-3: trascinati dai 62 punti complessivi di James e Irving, infliggono 30 punti di scarto agli avversari. In gara-4 si vede finalmente Curry: 38 punti con 7/13 da 3 e Warriors corsari 108-97. Le 17 triple di Golden State sono record NBA ed è la prima volta che una squadra chiude una partita delle Finals segnando più canestri da 3 che da 2 (16). La partita vede anche una mini-rissa tra Green e James, con il primo che verrà squalificato per il match successivo. In 70 anni di finali NBA, nessuna squadra ha mai vinto il titolo partendo da uno svantaggio di 3-1. Il primo match point per i Warriors, però, non viene concretizzato: in gara-5, infatti, approfittando anche dell’assenza di Green, i Cavs vincono in trasferta 112-97, con 82 punti equamente divisi tra James e Irving, prima volta in cui due compagni di squadra segnano più di 40 punti a testa nella stessa partita di finale. Inoltre, Andrew Bogut cade male durante un tentativo di stoppata, si infortuna al ginocchio e, per quest’anno, deve dire basta. In gara-6 ritornano sia Love che Green, nonostante un tifoso dei Cavs avesse indetto una campagna di crowdfunding per lasciare a casa il nipote del co-fondatore dei Beach Boys. L’impatto di entrambi sulla gara è marginale, ma stupiscono in particolar modo i soli 8 punti di Green. Cleveland saluta il suo pubblico vincendo 115-101 e portando la serie alla “bella”. È la prima volta in 50 anni che una squadra in svantaggio per 3-1 riesce a pareggiare la serie (la terza di sempre). Inoltre, vengono eguagliati due record aventi come protagonista Shaquille O’Neal: James, replicando i 41 punti di gara-5, diventa il primo giocatore dal 2000 a far registrare due partite consecutive di finale con 40 o più punti. Steph Curry, invece, diventa il primo MVP in carica (sempre dal 2000) a dover uscire per falli in una partita delle Finals. Il ragazzo ne mette 30 a referto, ma è nervoso, si vede, a parte questo match e gara-4 non ha reso come in regular season e una serie praticamente già vinta è ora in parità, con l’incontro decisivo da giocare in casa, vero, ma con l’inerzia tutta dalla parte degli avversari. Il fatto che almeno 2 dei 6 falli fischiati a Curry siano quantomeno opinabili surriscalda il clima: la moglie del diretto interessato, su Twitter, parla apertamente di “partita truccata”, sostenendo che sia nell’interesse della NBA arrivare a gara-7. Ieri notte, il campo ha finalmente parlato. Neanche a farlo apposta, è stata la partita più combattuta della serie. Nessuna squadra ha mai avuto più di 8 punti di vantaggio sugli avversari. Le due contendenti si sono alternate al comando per ben 20 volte. Green ha segnato 32 punti con 6/8 da 3 dopo essere partito con 5/5. James e Irving 53 in due. A 4′ 39” dal termine, le squadre erano in parità. L’episodio-poster della partita avviene a poco meno di 2′ dalla sirena: errore al tiro di Irving, Iguodala cattura il rimbalzo e corre verso il canestro avversario. Situazione di 2 contro 1, lui e Curry contro JR Smith. Iggy sceglie, com’è logico, di giocare a due: passa a Steph e continua a correre verso il canestro, aspettando l’assist del compagno. Ci fossero stati Irving e James al loro posto, probabilmente l’azione sarebbe finita con un alley-oop. Così non è: il passaggio di Curry per Iguodala è un “semplice” schiacciato per terra. Il numero 9 dei Warriors supera Smith con un double clutch e si prepara ad appoggiare al tabellone il canestro del vantaggio. Dal nulla, però, sbuca Lebron James, che è tornato in difesa a velocità folle considerato il peso e la stanchezza accumulata: balzo felino e stoppata clamorosa da consegnare alla leggenda.

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La parità dura fino a 53” dalla fine, quando uno step back da 3 di Irving decide la partita, proprio in faccia a quel Curry che ne ha fatto la sua mossa preferita o, se preferite, signature move. I Cavaliers vincono 93-89, diventano la prima squadra a rimontare un 3-1 di passivo e, finalmente, anche chi ha meno di 52 anni può dire di aver visto una squadra di Cleveland vincere un campionato sportivo. Lebron James mantiene la sua promessa, ma di questo parleremo in altra sede. È stata una serie durissima e con un forte agonismo da entrambe le parti, ma è stupendo vedere come, a fine partita, Green, dopo essersi scontrato a lungo con James sia fisicamente che verbalmente, si sia recato quasi subito da lui per abbracciarlo e congratularsi con il vincitore.

Analisi: fino alle finali di Conference, i Warriors sembravano imbattibili. Poi, qualcosa ha iniziato a scricchiolare nei loro meccanismi. I Thunder sono andati pericolosamente vicini a una clamorosa eliminazione dei campioni in carica e i Cavaliers sono riusciti a rimontare vincendo 3 partite consecutive contro una squadra che, in campionato, se ricordate, non ne aveva mai perse 2 di fila. La chiave di entrambe le serie è stata quella di impedire il più possibile a Golden State di fare il suo gioco. Molti pensavano che gli avversari naturali dei Warriors fossero i San Antonio Spurs, altra squadra che difende forte e basa il suo attacco sulla circolazione di palla. Eppure, i texani hanno dovuto arrendersi proprio ai Thunder nelle semifinali di Conference ma, se il tanto atteso match-up avesse avuto luogo, probabilmente lo avrebbero perso. Nessuno riesce a giocare quella pallacanestro in maniera efficace come i Warriors, poiché nessuno ha un organico come il loro. I Thunder e i Cavs, invece, hanno deciso di giocare in modo completamente diverso. Palla ferma, isolamenti, pochi passaggi, lotta a rimbalzo offensivo. In questo modo, togli a Golden State il suo micidiale gioco in transizione/contropiede e impedisci ai suoi giocatori-chiave di andare on fire. Questo vuol dire aver decifrato finalmente la Stele di Rosetta dei Warriors? Certo che no. Perché il piano abbia successo devi avere almeno uno tra Lebron James e Kevin Durant, possibilmente supportati da uno come Kyrie Irving o Russell Westbrook (quando ne ha voglia), in modo da cambiare sul micidiale pick ‘n’ roll centrale tra Curry e Green e mantenere alta l’efficienza offensiva. Devi avere un rimbalzista d’attacco del calibro di Tristan Thompson. Devi sperare che gli Splash Brothers siano in serata-no (per i loro standard, ovviamente). Devi rappresentare una minaccia almeno credibile dall’arco (5/11 da 3 nella seconda metà per Cleveland, dopo un orrido 1/14). Insomma, i Warriors non sono certo diventati “battibili” da ieri sera: fanno solo un po’ (ma poco poco) meno paura. Menzione d’onore per Tyronn Lue, da ieri notte non più solo “quello calpestato da Iverson”, che alla prima (mezza) stagione da capo allenatore vince l’anello grazie anche alle sue mosse tattiche. Menzione di (quasi) disonore, invece, per Steve Kerr: dopo aver risolto le Finals dell’anno scorso, quest’anno non trova contromosse adeguate e si limita a mandare in campo lo Speights di turno e sperare che faccia il partitone.

I singoli: per i Warriors, come detto, prestazioni altalenanti per gli Splash Brothers. Sia Curry che Thompson viaggiano a corrente alternata. Se si parlasse di altri giocatori, medie punti, rispettivamente, di 22,6 e 19,6 sarebbero positive, ma questi due campioni ci hanno abituato a ben altre cifre e prestazioni. Idem con patate per Draymond Green: due serate da tarantolato al tiro, ma anche passaggi a vuoto e la stupidaggine che gli è costata la squalifica per quella gara-5 in cui è iniziata la rimonta dei Cavs. È comunque il Warrior con il miglior plus-minus (+3.8). Iguodala non incide come nelle scorse Finals, ma è limitato da problemi alla schiena. Brutta serie, invece, per Harrison Barnes: il suo contratto è in scadenza, ci si attendevano grandi cose da lui per giustificare eventuali pretese salariali ma così non è stato. Sfortunato Bogut, rimpiazzato in maniera tutt’altro che egregia da Festus Ezeli. Soliti minuti di qualità per Livingston, mentre Varejao si fa notare più per quello che dice che per quello che fa in campo. Per i neo-campioni, Irving mostra a tutti quanto è mancato nelle Finals dell’anno scorso, chiudendo con 27 di media, il 40,5% da 3 e il 94% ai liberi. Love continua a essere un rebus, ma in gara-7 i suoi 14 rimbalzi sono fondamentali: non a caso, ha il plus-minus più alto della partita (+19). JR Smith, come sempre, croce e delizia, ma quando è delizia i Cavs vincono sempre. Doppia-doppia di media per Tristan Thompson (10,3+10,6), giocatore utilissimo da quasi 4 rimbalzi offensivi a partita. Richard Jefferson è preziosissimo nelle prime partite, meno nelle ultime, dove comunque mette un grande impegno in difesa. Iman Shumpert io lo strozzerei, ma in gara-7 realizza un gioco da 4 a dir poco fondamentale. Sì, ne manca uno, ma a lui non si può dedicare meno di un post intero.

E adesso? Giovedì notte ci sarà il Draft, dove Sixers e Lakers cercheranno di dare un senso al recente tanking per aggiudicarsi i migliori prospetti in circolazione, vale a dire Ben Simmons e Brandon Ingram, dopodiché la NBA andrà in vacanza. A luglio, la nazionale italiana sarà impegnata nel torneo pre-olimpico per, appunto, conquistare un posto alla manifestazione di Rio, dove potrebbero affrontare Team USA. La squadra è forte, in panchina è tornato Ettore Messina e il girone iniziale lo si giocherà in casa, a Torino. Il rilancio della visibilità del basket in Italia passa anche da una buona prestazione della nazionale, quindi forza azzurri!

La domenica mattina, a Bologna

La domenica mattina, a Bologna, c’è quiete in centro. La proporzione gente/rumore è diametralmente opposta a quella che, una manciata di ore prima, si poteva rilevare in via del Pratello.

La domenica mattina, a Bologna, in piazza Maggiore, c’è Beppe Maniglia. Con la sua chitarra elettrica, la sua Harley-Davidson ultra-30enne (ma ha avuto anche una Ducati, sapevatelo) e l’aria da rock-star immortale che conquista vecisbarbi.

La domenica mattina, a Bologna, c’è sempre qualche busker a cui dai volentieri un soldino, dalla musicista con i burattini al gruppo italo-latinoamericano con tanto di impianto audio da concerto.

La domenica mattina, a Bologna, c’è chi si alza presto per andare a San Luca. Chi corre o cammina fino in cima e chi si ferma a metà, per leggere, studiare o, semplicemente, pensare.

La domenica mattina, a Bologna, c’è il signore con il chow-chow di fronte all’Archiginnasio.

La domenica mattina, a Bologna, c’è chi parla male di Bologna. La ZTL, Merola, Colombo, la movida, la differenziata porta a porta… Poi esce dal bar, guarda le torri e la “zona T” pedonalizzata ed è di nuovo felice di vivere a Bologna. Infine, parla male di Modena e/o dei modenesi.

La domenica mattina, a Bologna, c’è sempre qualcuno vestito di rossoblù, sia che si giochi contro la Juve nel pomeriggio, sia che il campionato sia fermo. La maglia del Bologna sette giorni su sette.

La domenica mattina, a Bologna, c’è sempre qualcuno con la sciarpa della Virtus o la felpa della Fortitudo. I “bavosi” navigano nella mediocrità da 8 anni, i “piccioni” nelle serie minori da 6 anni, ma il basket, per i petroniani, è una cosa dannatamente seria.

La domenica mattina, a Bologna, i cantieri sono quasi tutti chiusi. Così gli umarell possono dormire.

La domenica mattina, a Bologna, è bello esserci.

NBA Finals 2k15 – Game 6

Cronaca: come al solito, potete leggere quella ignorante sul mio profilo Twitter (@tomentrepans). I Warriors avevano il primo match ball, i Cavs erano con le spalle al muro. In molti aspetti, gara-6 è stata simile a gara-5: bella partita, a lungo in equilibrio, decisa da uno strappo di Golden State che non si è più richiuso. Con la vittoria 105-97 dei Golden State Warriors, cala quindi il sipario sulle NBA Finals e sulla stagione 2014/15. I californiani vincono il loro quarto titolo, il primo dopo 40 anni di digiuno e il secondo dal trasferimento sul lato meno famoso del Bay Bridge di San Francisco. MVP, a sorpresa ma neanche troppo, viene nominato Andre Iguodala, primo giocatore di sempre a essere insignito di questo titolo senza aver giocato nessuna partita di regular season da titolare.

Analisi: come scritto sopra, le chiavi della vittoria dei Warriors sono simili a quelle di ieri l’altro. Proviamo, quindi, a focalizzarci su quanto non ancora detto. Partiamo dall’uso dei blocchi: Green ne ha effettuati 22 e, su 17 di questi, ha ricevuto la palla dal giocatore in possesso (tirando solo 5 volte: questo significa che, nelle altre occasioni, è avvenuto almeno un altro passaggio) mentre Iguodala ha completato il pick and roll in 7 casi su 9. Se guardiamo i lunghi dei Cavs, invece, osserviamo 26 blocchi di Mozgov con sole 4 ricezioni e, addirittura, Thompson non ha ricevuto palla su nessuno dei suoi 12 blocchi. Nulla di nuovo sotto il sole, quindi: Golden State usa i blocchi per muovere la palla, Cleveland per forzare la rotazione difensiva sul portatore, mossa che, come vedremo, sarà relativamente utile (per usare un eufemismo). Come al solito, i Cavs hanno centrato il gioco su James: pur cercando di coinvolgere maggiormente i compagni, LeBron ha giocato 15 isolamenti e 30 penetrazioni, che hanno generato 50 dei 97 punti dei suoi. Come vedremo meglio nella sezione seguente, neanche stavolta il suo supporting cast (o quello che ne rimane) si è però dimostrato all’altezza. Infine, è probabilmente vero che i Warriors hanno sfatato il mito secondo il quale il run-and-gun vende i biglietti ma non fa vincere i campionati (seguirà approfondimento), ma hanno anche confermato la teoria secondo cui defence wins championships: nelle ultime 3 partite, guarda caso vinte, i californiani hanno concesso appena 90,4 punti di media agli avversari.

I singoli: partiamo proprio da James (32 punti, 13/33 dal campo, 2/10 da 3, 18 rimbalzi, 9 assist, 6 perse). Arriva a un assist di distanza da quella che sarebbe stata la sua terza tripla doppia in queste Finals e sembra sempre di più Sisifo, con i suoi compagni a fare da masso. Chiude con 35,8 punti, 13,3 rimbalzi e 8,8 assist di media: nessun giocatore aveva mai ottenuto medie uguali o superiori a 35+10+5 durante le finali. Ha segnato il 38,3% dei punti della sua squadra, la più alta percentuale dalle Finals del 1993 (Michael Jordan segnò il 38,4% dei punti dei suoi Chicago Bulls). È stato il miglior marcatore, rimbalzista e assist-man della serie. Ciononostante, ci sarà sicuramente chi lo criticherà per il 40% scarso dal campo, il 31% da 3 e il 69% ai liberi e/o per la quarta sconfitta su sei finali disputate. Per la cronaca: 2-4 è il record nelle Finals anche di un certo Wilt Chamberlain, uomo da 30 punti e 23 rimbalzi di media in carriera e capace di segnare 100 punti in una singola partita. Jerry West, 14 volte All-Star, ha vinto una sola finale su 8 disputate. Karl Malone, secondo marcatore di sempre in NBA, ha perso tutte e 3 le finali disputate. Elgin Baylor, giocatore da 27 punti e 13 rimbalzi di media in carriera, ne ha perse addirittura 7 su 7. “Caro” hater, per te ho solo due parole:

Veniamo ora agli altri Cavaliers: Mozgov (17 punti, 5/8 dal campo, 12 rimbalzi di cui 7 offensivi, 7/8 ai liberi, 4 stoppate) dimostra di essere più vicino al giocatore da 28 punti di gara-4 che a quello da virgola in gara-5, mentre Tristan Thompson (15 punti, 7/12 dal campo, 13 rimbalzi) offre un’altra prestazione solida. Le note dolenti sono altre: non ci si lasci ingannare dai 19 punti di Smith (con 5/15 dal campo…), visto che 9 sono stati ottenuti con 3 triple ignorantissime a navi ormai salpate. Si inorridisca di fronte alla prestazione di Shumpert (8 punti, 1/6 dal campo, 6 falli), negativo ben oltre le già poco lusinghiere cifre. Ci si rassegni al fatto che Dellavedova (1 punto, 0/3 dal campo, 6 falli) sia questo e non quello da 20 punti in gara-2. Si osservi con rassegnazione che, nei 23′ e mezzo complessivi in cui James è rimasto seduto in panchina in queste Finals, questi 3 giocatori e James Jones abbiano preso un totale di 21 tiri. Sapete quanti ne hanno segnati?

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Passiamo ora ai neo-campioni: altra prestazione da leader per Curry (25 punti, 8/19 dal campo, 3/11 da 3, 6 rimbalzi, 8 assist), abituato a percentuali al tiro ben diverse ma capace di segnare sempre nei momenti cruciali. Steph è diventato il sesto giocatore di sempre a vincere l’anello nello stesso anno in cui è stato nominato MVP per la prima volta. Gli altri 5 potresti averli sentiti nominare: Bob Cousy, Willis Reed, Lewis Alcindor (meglio conosciuto come Kareem Abdul-Jabbar), Hakeem Olajuwon, Shaquille O’Neal. Curry è anche il primo giocatore di sempre a sconfiggere nei playoff tutti i suoi “compagni” del primo quintetto NBA (Anthony Davis, Marc Gasol, James Harden, LeBron James). Ha demolito il record di 58 triple segnate nei playoff (Reggie Miller), segnandone 40 (40!!!) in più. Altra prestazione opaca, invece, per Klay Thompson (5 punti, 2/7 dal campo, 5 rimbalzi, 6 falli), ancora una volta limitato dai falli ma capace di segnare la tripla che, de facto, chiude le Finals. Poco male, quando puoi contare sul neo-MVP delle Finals: Iguodala (25 punti, 9/20 dal campo, 5 rimbalzi, 5 assist), oltre alla solita grande difesa su James (nota: dobbiamo parlare di “grande difesa” per aver limitato un giocatore a 32 punti…), si fa trovare pronto quando sfidato al tiro dalla difesa di Cleveland e ha l’unico difetto di aver dimenticato come si tirano i liberi (anche stasera 4/10). Grande partita anche per Green (16 punti, 6/13 dal campo, 11 rimbalzi, 10 assist), che sceglie la partita decisiva della stagione per registrare la seconda tripla doppia in carriera. 9 punti con 3 triple fondamentali per Barnes e il solito contributo dalla panchina: 10 punti a testa per Livingston (giusto premio per il calvario subito in carriera) e il sorprendente Ezeli, che condanna Bogut al dimenticatoio.

Steve Kerr: parliamone. Perché non ha “solo” vinto il titolo al suo primo anno da head coach 33 anni dopo Pat Riley (erano i Los Angeles Lakers di Magic e Kareem), ma ha alle spalle una storia affascinante che ha forgiato una personalità piuttosto interessante. Kerr nasce in Libano, visto che suo padre era un esperto di Storia e Politica del Medio Oriente ed era il presidente dell’Università Americana di Beirut. “Era”, perché il 52enne Malcolm Kerr, il 18 gennaio del 1984, uscendo proprio dall’università, venne freddato da due jihadisti con due colpi di pistola silenziata alla nuca. La sua colpa? Essere americano. Erano gli anni della guerra civile, dopo che, nel novembre dell’anno precedente, un attentato di Hezbollah aveva causato il ritiro delle forze di pace, e per la nazione con il cedro sulla bandiera serpeggiavano sentimenti anti-occidentali. Steve, quel giorno, era alla University of Arizona, dove frequentava il primo anno e giocava nei Wildcats: svegliato in piena notte dalla telefonata che gli avrebbe comunicato la tragica notizia, sfogò i suoi sentimenti mettendosi a correre per tutta Tucson. Sarebbe voluto tornare a Beirut per il funerale, ma i suoi tre fratelli gli dissero di rimanere in Arizona e di giocare la partita: ci sarebbero state altre due cerimonie, una a Princeton, dove il dott. Kerr aveva conseguito la sua laurea, e una a UCLA, dove aveva insegnato per 20 anni. Due giorni dopo la morte del padre, Steve è in campo con la canotta dei Wildcats: piange durante il minuto di raccoglimento in memoria di Malcolm, ma in campo fa 5/7 dal campo e regala al suo allenatore la prima vittoria importante della stagione. Quattro anni dopo, da senior e di ritorno dopo un infortunio al legamento del ginocchio, si trova a giocare in trasferta a Tempe, periferia di Phoenix, in casa degli Arizona State Sun Devils, dove un gruppo di sub-umani lo accoglie al coro di “where’s your daddy?“.

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Per Kerr è un colpo tremendo, non solo per la crudeltà gratuita del gesto, ma anche per la profanazione di quello che è sempre stato il suo tempio: il palazzetto, per Steve, era quasi un santuario, il luogo dove rifugiarsi dal dolore per la perdita di papà Malcolm. Lascia cadere il pallone durante la “ruota” (un esercizio di riscaldamento collettivo prima della partita) e va a sedersi in panchina, con gli occhi pieni di lacrime. In partita, però, segna 22 punti con 6/6 da 3. Questo è Steve Kerr, un uomo orgoglioso, coraggioso e competitivo che non ha bisogno di gesti teatrali per mostrare di che pasta è fatto. Non ha dovuto salire sugli spalti e/o venire alle mani per vendicarsi di quel gruppo di idioti, gli ha rovinato la serata battendo la loro squadra sul campo. Eppure, anche il più solido dei pacifisti può essere costretto ad andare in guerra: è l’estate del 1995, Kerr è al suo settimo anno di NBA e gioca nei Chicago Bulls. Pochi mesi prima, Michael Jordan era tornato in campo dopo il suo primo ritiro, dovuto (guarda caso) alla morte del padre, ma le sue prestazioni non erano state proprio “jordanesche”: 26,1 punti di media, certo, ma 41% dal campo ed errori commessi in momenti cruciali, come quelli che contribuirono all’eliminazione dei Bulls in semifinale di Conference contro gli Orlando Magic di Shaq, Horace Grant e Penny Hardaway. Al training camp di quell’estate, Jordan è indemoniato: vuole dimostrare ai suoi critici (sì, anche MJ aveva gli haters) di essere ancora lui e riprendersi il ruolo di “maschio alpha” nello spogliatoio dei Bulls, posizione che, durante il suo ritiro, era stata presa da Scottie Pippen. A ogni allenamento è una furia, cerca sempre di battere i suoi compagni di squadra nella maniera più cocente possibile: è il suo modo di dire “sei tu a essere in squadra con me, non viceversa”, non a tutti piace ma nessuno ha il coraggio di dirlo in faccia a quella che è forse la persona più famosa del pianeta. Tranne Kerr: un pomeriggio, decide che non ne può più e risponde al trash talking di MJ. Si confrontano a muso duro, si spintonano, vengono alle mani: vista la differenza di fisico, Steve ha la peggio e ne esce con un occhio nero, ma riesce comunque ad assestare un paio di colpi a Jordan. Quella sera, His Airness telefona a Kerr e gli lascia un messaggio di sincere e profonde scuse. Phil Jackson, nel suo libro Eleven Rings, parla di quell’episodio come la chiave di volta del destino sia di Jordan che dei Bulls. Michael capisce che ha più bisogno dei suoi compagni di quanto non voglia ammettere e cambia atteggiamento nei loro confronti. Vinceranno 72 partite su 82 in campionato e, alle Finals, regoleranno 4-2 i Seattle Supersonics di Shawn Kemp, Gary Payton e Detlef Schrempf. L’anno dopo, nuova gita alle finali, nuovo avversario: i fortissimi Utah Jazz di Karl Malone e John Stockton. Dopo il famoso nausea game, di cui magari parleremo in altra sede, i Bulls conducono la serie 3-2 e hanno il primo match ball in casa. La partita è combattutissima, a 28″ dalla fine le squadre sono ancora in parità: Jackson chiama time-out dopo un clamoroso errore degli arbitri (non vista un’interferenza di Pippen su Shandon Anderson) e disegna, ovviamente, uno schema per Jordan. Prima del ritorno in campo, Michael parla con Kerr: “Steve, se Stockton mi dovesse raddoppiare, tu sarai libero. Tieniti pronto che te la passo”. “I’ll be ready“. Puntualmente, Stockton si stacca da Kerr per raddoppiare Jordan. Michael, a 3” dallo scadere dei 24, invece di forzare il tiro, la passa a Steve. Ricezione sulla lunetta, buzzer beater in sospensione, canestro della vittoria, quinto titolo per i Bulls (e per MJ), secondo per lui.

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È pure simpatico!

Insomma, questo ragazzo bianco, dal talento modesto e che in vita sua non ha mai schiacciato, si è guadagnato l’onore di farsi cedere il tiro della vittoria da His Airness. La cosa sorprende fino a un certo punto: Kerr è sempre stato un “leader silenzioso” fin dai tempi del college, quando la squadra fece una tournée in Francia e lui era l’unico a parlare la lingua di Victor Hugo, cosicché chiunque volesse attaccare bottone a una ragazza doveva passare da lui. Dopo aver completato il three-peat, rimane coinvolto nella diaspora dei Bulls post-Jordan e finisce negli ambiziosi San Antonio Spurs: qui trova una formidabile coppia di lunghi, composta dal veterano David Robinson e da un ragazzo al secondo anno di NBA, tale Tim Duncan. Insieme, vincono il primo titolo della storia dei texani, rendendo Kerr il secondo giocatore di sempre capace di vincere quattro anelli di fila senza militare nei Boston Celtics. Dopo un breve periodo a Portland, nel 2002 Steve, ormai 37enne, torna a San Antonio per giocare la sua ultima stagione. In campionato gioca meno di 13′ a partita, ma, nel momento del bisogno, si fa sempre trovare pronto. Gli Spurs arrivano in finale di Conference contro i Dallas Mavericks di Steve Nash e Dirk Nowitzki: stanno conducendo la serie 3-2, ma in gara-6 sono sotto di ben 15 punti a fine terzo quarto. Kerr entra in campo, infila 4 triple (comprese quella del pareggio e quella del sorpasso), contribuisce per metà a un clamoroso parziale di 23-0 e spiana la strada per San Antonio, che vincerà la partita e chiuderà la serie.

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Nelle Finals, contro gli emergenti New Jersey Nets, gli Spurs faticano più del previsto: la serie, dopo 4 partite, è in parità e Steve non ha ancora messo piede in campo. San Antonio sta vincendo gara-5, ma gli avversari sono in rimonta e hanno appena ridotto a 2 lo svantaggio: come se non bastasse, Manu Ginobili, all’epoca rookie appena arrivato da un’altra squadra bianconera, ha problemi di falli. A 4′ dalla fine, Kerr esordisce in queste Finals e lo fa alla sua maniera: due triple, un jumper e un’importantissima palla rubata a Kenyon Martin. Gli Spurs espugnano l’American Airlines Center e, vincendo la successiva partita casalinga, appendono il secondo stendardo sul tetto dell’AT&T Center; Kerr conferma la sua decisione di ritirarsi, dopo 15 anni da pro e 5 anelli al dito. Dopo la carriera da giocatore, quella da commentatore televisivo e, nel 2007, da General Manager dei Phoenix Suns: stagioni ad andamento sinusoidale, con la finale di Conference raggiunta nel 2010 e persa contro i Los Angeles Lakers futuri campioni come miglior risultato. Il 5 maggio di quell’anno, la squadra scende in campo con la denominazione “Los Suns” per protestare contro la nuova legge sull’immigrazione dell’Arizona che, secondo Kerr, è degna della Germania nazista. A fine stagione, Steve lascia i Suns e, 4 anni dopo, viene contattato da Phil Jackson, suo allenatore ai tempi dei Bulls: è appena diventato presidente dei New York Knicks e lo vuole come capo allenatore. Con sua grande sorpresa, coach Zen si sente rispondere di no: ha ricevuto un’offerta anche dai Golden State Warriors e, nonostante la stima che nutre per Jackson, Kerr è rimasto fedele alle sue origini californiane e ha deciso di tentare l’avventura sulla baia. Com’è andata, l’avete appena visto: ha ereditato una buona squadra dal suo predecessore, Marc Jackson, ma le ha fatto fare il salto di qualità, conquistando 83 vittorie complessive, miglior risultato nella storia della franchigia e terzo di sempre nella NBA. Si è fermamente opposto all’idea della dirigenza di scambiare Klay Thompson con Kevin Love (corsi e ricorsi…), ha fatto ritocchi minimi al roster (partito Steve Blake, arrivato Leandro Barbosa, che ben conosce dall’esperienza in Arizona) e ha dato un gioco rivoluzionario alla squadra. Si è detto in precedenza che questi Warriors hanno dimostrato che si può vincere la NBA con il run-and-gun, ma ciò non è completamente vero. Kerr ha voluto come associated head coach (una specie di “capo degli assistenti”) quell’Alvin Gentry che a Phoenix aveva provato a mediare tra il “seven seconds or less” di Mike D’Antoni e il gioco “difensivista” di Terry Porter. Già, perché si è parlato tanto dell’incredibile forza offensiva di GSW, ma non scordiamoci che questa è dovuta in buona parte a una solida difesa che, tra le altre cose, permette di giocare tante transizioni e contropiedi. La chiave di questa difesa è stata il poter schierare, dallo spot di guardia in su, giocatori “ibridi”, capaci quindi di cambiare su ogni pick and roll e non subire alcun mismatch, né vicini né lontani da canestro. Inoltre, la presenza a roster di due rim protectors come Andrew Bogut e Festus Ezeli ha permesso di arginare anche le (poche) squadre con centri dominanti. Memore degli anni trascorsi proprio sotto Phil Jackson, Kerr ha anche importato degli elementi del suo celebre attacco a triangolo: non a caso, tra i suoi assistenti c’è anche Luke Walton che, seppur con un ruolo marginale, ha giocato quasi 10 stagioni sotto la guida di coach Zen.

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Notare come alla fine del video, il commentatore si chieda se il successo di questo schema dipenda dalla qualità della squadra o dal fatto di avere Michael Jordan o Kobe Bryant come guardia. Kerr ha risposto “la prima” con brutale chiarezza: certo, ci sono Curry e Thompson, due vere e proprie superstar, ma è l’insieme che rende possibile un’efficace attuazione del triangolo. Il quintetto dei Warriors è composto da passatori che, soprattutto rispetto ai pari ruolo, sono di qualità tra il buono e l’eccezionale. Hanno tutti un ampio raggio di tiro, soprattutto quando si gioca con il quintetto basso visto nelle ultime tre partite (Iguodala dall’inizio e Green centro). Sono tutti giocatori cestisticamente intelligenti, soprattutto Draymond Green, un ala con l’intensità di un centro e il cervello di un playmaker. Il triangolo, eseguito correttamente, apre ottime spaziature, il che significa buoni tiri e/o possibilità di extra pass per tiri ancora migliori: Curry è sicuramente un tiratore strepitoso di per sé, ma se ha potuto infrangere (quasi) ogni record relativo alle triple messe a segno lo deve anche a questo sistema. Inoltre, costringi la difesa a scendere a compromessi, visto che raddoppiare contro un triangolo eseguito bene è un suicidio quasi certo. Insomma, nella NBA dello star system, dove l’accumulo di talento individuale sembrava conditio sine qua non per vincere il titolo (guardate le squadre che hanno vinto il titolo negli ultimi 10 anni: a parte i Mavericks del 2010, hanno tutte avuto almeno tre superstar in rosa), la vera rivoluzione è il trionfo di una squadra dove, sì, ci sono due eccellenze, ma il resto del roster non è lì unicamente per assecondare il loro gioco, anzi, può capitare che venga nominato MVP delle Finals un terzo giocatore. Un Iguodala, insomma. O un Leonard.

NBA Finals 2k15 – Game 5

Cronaca: per farla molto breve, finalmente si è vista una partita di basket bella e combattuta. Ci sono stati ben 20 sorpassi e il punteggio è stato in bilico fino a 5′ dalla fine, quando la partita era sul punteggio di 85-84 per i Warriors: da quel momento, Curry e compagni hanno piazzato un devastante 19-7 di parziale, uccidendo la partita e conquistando due match ball per quel titolo che nella Bay Area manca da 40 anni tondi tondi.

Analisi: è ancora una volta il giorno della marmotta. Come in gara-4 e in tutta la stagione, quando Golden State riesce a fare il suo gioco (48% dal campo, 42,6% da 3), non ce n’è per nessuno, figuriamoci per una squadra come Cleveland, con 3 titolari infortunati, con una rotazione a 8 giocatori (due dei quali sono James Jones e Mike Miller…) e che non arriva al 40% dal campo. Onore ai Warriors, senza dubbio, ma ritengo che, al di là di queste considerazioni, ieri notte Blatt abbia peccato di personalità, rincorrendo sempre le scelte di Kerr senza provare a mettere un po’ di sabbia nei suoi ingranaggi. In gara-4, Mozgov è stato il miglior marcatore dei Cavs (e della partita) con 28 punti, ieri notte ha visto il campo per soli 9′ perché Blatt ha deciso di rispondere allo small ball di Kerr con uno altrettanto esacerbato: ovviamente, l’allenatore israelo-americano avrà avuto i suoi ottimi motivi, lui è pur sempre uno che ha conquistato 16 titoli in Europa e si sta giocando le Finals al primo anno come head coach mentre io sono un signor nessuno, ma questa scelta non può non lasciarmi perplesso. I ritmi alti, come accennato, hanno favorito i padroni di casa, che hanno segnato 18 punti in contropiede contro i 3 degli avversari. Inoltre, nonostante i Warriors abbiano perso 16 palle, i Cavs hanno ottenuto “solo” 15 punti da questi errori, mentre i 10 turnovers di Cleveland (numero accettabile, di per sé) si sono tradotti in ben 20 punti per Golden State, a ulteriore riprova che lasciar correre la squadra di Kerr è come draftare Sam Bowie con Michael Jordan ancora disponibile.

I singoli: correva l’anno 1969. A giocarsi le Finals erano arrivate quelle che, al giorno d’oggi, sono le due squadre più titolate della NBA, ovvero i Boston Celtics e i Los Angeles Lakers. La franchigia del Massachusetts, dopo aver dominato in lungo e in largo negli anni precedenti, sembrava in declino: Bill Russell, quasi 40enne, faceva il giocatore-allenatore e, per buona parte della stagione, si era comportato da “demotivato e mollo” manco fosse Malesani. L’omicidio Kennedy, la guerra in Vietnam, la profonda crisi coniugale (che si sarebbe conclusa con un divorzio): Russell era convinto che gli USA fossero una nazione corrotta e che continuare a dedicarsi al basket fosse solo una perdita di tempo. Era in sovrappeso di 8 Kg, saltava sovente le riunioni (obbligatorie) con gli altri allenatori e aveva le stesse energie di Edmundo dopo il Carnevale di Rio: sotto la sua guida, i Celtics finirono la regular season con 48 vittorie e 34 sconfitte, peggior risultato degli ultimi 14 anni, arrivando quarti a Est. I Lakers, al contrario, avevano appena aggiunto l’MVP della stagione precedente, Wilt “mr. 100 punti” Chamberlain, a un roster che già figurava due futuri hall of famers come Elgin Baylor e Jerry West (la cui sagoma è l’attuale logo della NBA) e avevano vinto 55 partite a fronte di sole 27 sconfitte, miglior squadra a Ovest e 2 sole vittorie in meno della migliore in assoluto (i Baltimore Bullets di Wes Unseld). La serie iniziò seguendo i pronostici: i californiani vinsero le prime 2 partite, approfittando della sciagurata decisione di Russell di non raddoppiare West, il quale rispose segnando 53 punti in gara-1 e 41 nella successiva. Questi numeri sarebbero impressionanti anche oggi: pensate che all’epoca non esisteva ancora il tiro da 3 punti e fate i vostri conti! In gara-3, con West finalmente raddoppiato, vinsero i Celtics, grazie soprattutto all’eroismo di John Havlicek e ai suoi 34 punti segnati con un occhio gonfio. Gara-4 fu “brutta, sporca e cattiva”, con 50 palle perse totali e bassissime percentuali al tiro: a 7″ dalla fine, i Lakers erano in vantaggio di un punto quando a Baylor venne fischiata una controversa palla persa. Sulla rimessa successiva, un triplo blocco liberò al tiro Sam Jones: la palla rimbalzò in maniera strana sul secondo ferro ed entrò nel canestro, dando ai Celtics la vittoria della partita e il pareggio della serie. In gara-5, i Lakers vinsero nettamente ma, nei minuti finali, West volle strafare cercando di recuperare un pallone inutile e si stirò il bicipite femorale, compromettendo la sua partecipazione al resto della serie. Gara-6 fu un’altra partita “brutta, sporca e cattiva”, in cui i Celtics riuscirono a vincere nonostante la pessima prestazione al tiro: dall’altra parte, infatti, West era zoppicante, Baylor in serata-no e Chamberlain venne limitato a soli 8 punti da un ritrovato Russell. Tutto si sarebbe risolto in gara-7, dunque: per l’occasione, Jack Cooke, il proprietario dei Lakers, fece ordinare migliaia di palloncini con la scritta “Los Angeles Lakers Campioni del Mondo”. Che voi siate scaramantici o meno, una mossa del genere non può portare che guai, specialmente se gli avversari apprendono la notizia. Jerry West, che queste cose le capiva molto meglio di Cooke, visti i palloncini durante il riscaldamento, si incazzò come una biscia nei confronti del suo datore di lavoro; di lì a poco, Russell gli si avvicinò, indicò la rete in cui erano contenuti e gli disse “those fucking baloons are staying up there“. Dopo il terzo quarto, i Celtics stavano vincendo di 15, vantaggio più che considerevole visto che, ripeto, all’epoca non esisteva il tiro da 3. Come se non bastasse, a inizio quarto quarto venne fischiato il quinto fallo a Chamberlain, costringendolo a difendere in maniera più prudente, e a 5′ dalla fine un infortunio al ginocchio forzò la sua sostituzione. Paradossalmente, i Lakers iniziarono a rimontare e, a 2′ dalla sirena, si ritrovarono sotto di un solo punto. In quel momento, Chamberlain disse al suo allenatore, Butch van Breda Kolff, che era pronto a tornare in campo: la laconica risposta che ricevette fu “we’re doing fine without you“. L’MVP in carica non vide mai più il campo per quell’anno. A 1′ 33” dal termine, Boston conduceva 103-102: i Celtics esagerarono con l’uso del cronometro e Havlicek venne quasi scippato del possesso. La palla finì nelle mani di Don Nelson che, sullo scadere dei 24″, forzò il tiro: la sfera arancione colpì il secondo ferro, s’impennò e scese nel canestro. Boston, in uno dei più grandi upset nella storia delle Finals, vinse il suo 11° titolo e Russell, invece di correre a festeggiare la vittoria con i compagni, andò a stringere la mano e a consolare West (autore di una tripla doppia da 43 punti, 13 rimbalzi e 12 assist zoppicando), il quale avrebbe vinto il neonato premio di MVP delle finali nonostante militasse nella squadra sconfitta.

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Perché questo lunghissimo excursus? Perché, dal 1969, nessun altro giocatore è mai stato nominato MVP delle Finals senza vincere le medesime. Quest’anno, se i Warriors dovessero conquistare il titolo, potrebbe accadere di nuovo: anche ieri notte, infatti, James (40 punti, 15/34 dal campo, 3/8 da 3, 14 rimbalzi, 11 assist, 2 sole palle perse) ha fatto registrare una prestazione superlativa. Tripla doppia con 40 punti segnati, secondo giocatore di sempre a riuscire in una simile impresa nelle Finals dopo (guarda caso) Jerry West. Riuscire a segnare più di una tripla doppia nella stessa serie finale è un traguardo raggiunto solo da altre tre leggende: Wilt Chamberlain, Earvin “Magic” Johnson e Larry Bird.

È stato il miglior realizzatore, rimbalzista e assistman, ma non solo della sua squadra: dell’intera partita! Nell’ultimo quarto, dove nelle altre partite ha sempre accusato dell’umana stanchezza, ha segnato 16 punti (con 3/4 da 3) e ha fornito assist per altri 5 punti: insomma, 21 punti sui 24 totali della squadra sono merito suo. In tutta la partita, sono stati 70 su 91, il 77%. Queste ultime statistiche, però, la dicono lunga sul risicato (per usare un eufemismo) contributo dato dai suoi compagni di squadra: l’unico altro giocatore sicuramente positivo è stato Tristan Thompson (19 punti, 6/11 dal campo, 10 rimbalzi di cui 5 offensivi), stasera affidabile anche dalla lunetta (7/10 per un giocatore che normalmente tira con il 57%). Per il resto, Smith (14 punti, 5/15 dal campo, 4/14 da 3, 7 rimbalzi) e Shumpert (10 punti, 3/9 dal campo, 5 rimbalzi) hanno giocato una buona prima metà di ignoranza ma si sono eclissati nella seconda, Mozgov (virgola in 9′) è stato dimenticato in panchina da Blatt e Dellavedova (5 punti, 2/9 dal campo, -19 di plus/minus), nonostante il solito impegno difensivo, sembra tornato sulla Terra. Nei Warriors, invece, assistiamo alla prima vera prestazione da MVP di Curry (37 punti, 13/23 dal campo, 7/13 da 3, 7 rimbalzi): nell’ultimo quarto ha segnato 17 punti, uno in più dell’intera squadra avversaria, e ha preso due rimbalzi offensivi di enorme peso specifico, uno dei quali su un libero sbagliato da un compagno. Con le 7 di ieri notte, sono 22 le triple messe a segno da Curry in queste Finals: altre 4 ed eguaglierà il record di 26 fatto registrare da Danny Green 2 anni fa (contro i Miami Heat di, indovinate un po’? LeBron James!). “Strenght in numbers” recitano le magliette indossate dai tifosi di Golden State e questi numbers ci dicono che, oltre all’MVP, ben altri 4 giocatori sono andati in doppia cifra: ad esempio, l’altro splash brother, al secolo Klay Thompson (12 punti, 5/14 dal campo), pur giocando ben al di sotto del suo livello. Oppure Iguodala (14 punti, 5/11 dal campo, 8 rimbalzi, 7 assist) che, nonostante la serataccia ai liberi (2/10), si rende protagonista dell’ennesima prestazione all-around e risulta essere sempre più il mr. Wolf dei Warriors.

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Green (16 punti, 4/9 dal campo, 9 rimbalzi, 6 assist) conferma che quel “I’M BACK” quasi Schwarzeneggeriano di gara-4 non era solo un fuoco di paglia, Barnes (8 punti, 3/7 dal campo, 10 rimbalzi) dà il suo contributo prendendo ben 6 rimbalzi offensivi e la sorpresa odierna dalla panchina di Golden State si chiama Leandro Barbosa. Non è proprio uno sconosciuto, anzi, nel 2007 ha vinto il premio come miglior sesto uomo: all’epoca giocava nei Phoenix Suns e il general manager della squadra era l’attuale allenatore dei Warriors. Una serie di infortuni ne ha limitato la carriera, tant’è che nel 2013 era tornato a giocare in Brasile, poi il grande Mondiale disputato l’estate scorsa in Spagna ha convinto Kerr a portarlo con sé nella sua nuova avventura. Ieri notte ha segnato 13 punti in 17′ con 4/5 dal campo, mettendo il suo importante mattone sulla vittoria pivotal di Golden State e dimostrando, ancora una volta, quanto sia importante avere una panchina affidabile in una serie finale.

I Warriors avranno il primo match ball alle 3 di mercoledì mattina (ora italiana): in caso di sconfitta, avranno comunque la possibilità di giocare la “bella” in casa, dove quest’anno hanno perso solo 4 partite. Salvo imprevisti, farò diretta Twitter sul mio profiloStay tuned!

NBA Finals 2k15 – Game 3

Cronaca: come promesso, l’ho fatta su Twitter quindi la trovate sul mio profilo. I Cavs vincono gara-3 tra le mura amiche con il punteggio di 96-91 e si portano in vantaggio nella serie: la storia dice che l’84% delle volte in cui una squadra si è portata su questo risultato ha poi vinto l’anello. Curiosamente, LeBron James era in campo le ultime due volte in cui questa evenienza non si è verificata: nel 2011 i suoi Miami Heat subirono la rimonta dei Dallas Mavericks, mentre 2 anni più tardi furono loro a ribaltare le sorti contro i San Antonio Spurs.

Analisi: Cleveland domina per 3 quarti su 4, non andando mai in svantaggio e arrivando anche a +19 sugli avversari verso la fine del terzo quarto. Merito, come al solito, della loro pallacanestro “brutta, sporca e cattiva”, ma anche di una buona mira: 46% dal campo e 47% da 3. Golden State, invece, nonostante i 18 rimbalzi offensivi, viene messa sotto anche quando si gioca ai suoi ritmi: la difesa dei Cavs è grandiosa, ma la qualità del gioco espresso, soprattutto in attacco, è totalmente differente rispetto alla squadra universalmente ammirata tra campionato e playoff. I numeri, in questo senso, sono freddi come le mani di Curry e compagni: 35% dal campo e 33% da 3! Tutto cambia nell’ultimo quarto con l’ingresso di David Lee, che porta una qualità migliore sia in difesa che in attacco (soprattutto sui pick and roll): in questo modo, la squadra capace di segnare 55 punti in 3 quarti ne segna 25 in poco più di 9′, rimontando da -19 a -1. Cleveland, in tutto questo, non è esente da colpe: non si può usare “palla a James per 24 secondi e tiro forzato sulla sirena” come unico schema offensivo nel quarto quarto, specialmente se il giocatore in questione ha un tanto prevedibile quanto legittimo calo fisico. Va comunque detto che la versione semplice di questo schema (ovvero “palla a James e ci pensa in qualche modo lui”) è stata efficace: le sue 23 penetrazioni hanno portato a 15 punti per lui e 9 per i compagni, con una media di 1,1 punto a penetrazione. I Warriors, se vogliono rimontare questa serie, devono tornare a imporre il loro gioco, partendo dalla difesa e attaccando rapidamente: in campionato sono stati la miglior squadra per punti segnati in contropiede (20,9), in questa serie questa statistica si è praticamente dimezzata (11,7). Inoltre, dovranno riuscire a uscire vincitori almeno una volta dalla Quicken Loans Arena: si è detto tanto sull’inespugnabilità dell’Oracle Arena, ma ci si è dimenticati che, da quel famoso 19 gennaio, Cleveland ha perso solo 2 volte in casa. Infine, dovranno essere più aggressivi: ieri notte hanno conquistato solo 12 tiri liberi (sbagliandone peraltro 5) e nel tabellino degli splash brothers c’è uno zero tondo tondo accanto a questa voce.

 I singoli: l’ago della bilancia per Golden State, ancora una volta, è Curry (27 punti, 10/20 dal campo, 7/13 da 3, 6 rimbalzi, 6 assist, 6 perse). I primi 29′ sono orrendi: 3 punti con 1/7 dal campo e scelte offensive più che discutibili. Gli ultimi 19′, invece, quelli sì che sono da leader e da MVP: 24 punti (il 53% della squadra), 9/13 dal campo, 6/9 da 3. In questo caso, non c’è solo correlazione statistica tra la qualità del gioco espressa da Curry e quella della squadra: il nesso causale è fin troppo evidente. Klay Thompson (14 punti, 6/16 dal campo, 2/7 da 3), invece, stecca dopo aver ben figurato in gara-2. La panchina torna a farsi valere, con il solito Iguodala (15 punti, 6/12 dal campo, 5 rimbalzi, 5 assist) e con il ritrovato Lee: 11 punti in 13′, con 4/4 dal campo e +17 di plus/minus. Non solo: come accennato in precedenza, con il prodotto di Florida a fare da bloccante, i Warriors hanno triplicato (1,54 contro 0,51) i punti per possesso segnati in situazioni di pick and roll! A questo punto, è legittimo chiedersi perché sia stato lasciato a giocare a briscola con Jrue Holiday nelle due partite precedenti. Stiamo parlando di un giocatore che l’anno scorso viaggiava a 18 punti e 9 rimbalzi di media: che le sue condizioni fisiche siano ancora precarie? Deludono, invece, gli altri titolari: virgola per Barnes con 0/8 dal campo, 7 punti e 7 rimbalzi per Green con 2/10 dal campo e Bogut che sembra l’ombra del rim protector che è stato finora. Capitolo Cavs: è veramente difficile poter pensare di dire qualcosa di nuovo su James (40 punti, 14/34 dal campo, 12 rimbalzi, 8 assist, 4 recuperi, 4 perse). Nel terzo quarto ha dato una dimostrazione di onnipotenza totale: ha segnato da fuori, schiacciato, stoppato, difeso, recuperato, caricato il pubblico, probabilmente ha anche guidato il pullman della squadra dopo la partita. 123 punti in 3 partite, record di sempre per le prime 3 gare delle Finals. 41 punti di media in questa serie, solo Jordan come lui. Ha la miglior media punti, la miglior media assist e la seconda miglior media rimbalzi delle Finals. Eppure, ieri notte avevo pronosticato:

E, puntualmente:

Ecco, l’unica cosa che gli si potrebbe criticare è di tenere troppo la palla nei finali di partita. Va bene essere stanchi, va bene consumare tempo, ma provare a sprecare 4-5 secondi in meno per provare una qualche soluzione diversa dal tiro forzato non pare una pessima idea. Nonostante queste cifre, comunque, l’eroe di giornata è un altro: Matthew Dellavedova. Anzitutto, mette ancora una volta la museruola a Curry: marcato dall’australiano, l’MVP del campionato segna solo 9 punti con 3/9 dal campo in 6’42”, mentre quando Thompson accetta il cambio difensivo, in meno di 90″ di marcatura Steph gli segna in faccia 18 punti con 7/9 al tiro. La sua energia e quella che in bolognese si chiama “fotta” traspaiono anche da come si butta sulle palle vaganti:

Non solo difesa, ieri notte: Delly segna anche 20 punti, tutti in momenti cruciali, tra cui alcuni canestri che fanno impallidire i “tiri ignoranti” di Basile.

Non c’è, quindi, da sorprendersi se questo australiano undrafted dal talento veramente risicato sia diventato l’idolo della Quicken Loans Arena: in fondo, Gattuso era l’idolo dei milanisti anche ai tempi di Pirlo, Kakà, Seedorf ecc… C’è invece da ragionare un attimo su quanto James sia in grado di migliorare i suoi compagni.

Il passo indietro offensivo di Mozgov (6 punti, 3/6 dal campo, 5 rimbalzi, 4 stoppate, 4 perse) è compensato da quello in avanti di Tristan Thompson (10 punti, 4/6 dal campo, 13 rimbalzi): c’è chi ha paragonato il canadese a Dennis Rodman. Allo stesso modo, la partitaccia di Shumpert (2 punti e “cavolate con 2 zeta” in momenti cruciali) è compensata da uno Smith per una volta più utile che dannoso (10 punti, 4/9 dal campo, 2 stoppate) e da Jones (7 punti in 10′), capace perfino di segnare un gioco da 4 nel primo quarto.

Gara-4 è in programma sempre a Cleveland per le 3 di venerdì mattina, ora italiana. Valuterò se ripetere l’esperimento diretta Twitter, in ogni caso stay tuned!

NBA Finals 2k15 – Game 2

Si riparte dall’1-0 per Golden State, con Cleveland che, dopo Love, dovrà rinunciare anche a Irving: il responso medico dice frattura alla rotula, operazione chirurgica (già eseguita) e 3-4 mesi di stop, se non di più. Dopo l’inno nazionale suonato dai coniugi Santana (Carlos è cresciuto dall’altro lato del Bay Bridge), si è pronti per la palla a due. Matthew Dellavedova (che, vi ricordo, si pronuncia Dellavedòva) prende il posto di Irving nel quintetto dei Cavs, mentre i Warriors confermano lo starting 5 di gara-1. Sono di Klay Thompson, voglioso di riscatto dopo una prestazione buona ma non buonissima, 9 dei primi 11 punti di Golden State, ma dopo 4′ e mezzo si ritrova già con due falli sul groppone: dopo i liberi di Shumpert, il punteggio recita 11-10. Anche JR Smith prova a riscattarsi con una bella penetrazione sulla linea di fondo chiusa in rovesciata: 15-12 GSW, 5’30” sul cronometro. I Warriors difendono bene gli isolamenti di James e Curry si iscrive alla partita, segnando un canestro incredibile e servendo da dietro la schiena Barbosa per la tripla del +8. A quel punto, si spegne la luce per i californiani e si accende quella degli ospiti: 10-0 di parziale a cavallo dell’intervallo, primo vantaggio Cleveland, 22-20 dopo 1′ nel secondo quarto. Un indiavolato Thompson segna 5 punti consecutivi e propizia un contro-parziale di 7-0, interrotto da una tripla di James: 29-25 GSW, 31 punti su 54 segnati da James e Thompson. La partita si accende, Curry continua a litigare con il canestro (1/7 dal campo) e la seconda tripla di Jones riporta in vantaggio i Cavs: 35-33, 5’17” dall’intervallo lungo. Cleveland difende forte, tiene Golden State sotto il 40% dal campo (con 3/15 da 3) e in contropiede James ha il controllo della partita: quando va in lunetta per mettere i liberi del 39-33 ha già 4 assist (e 19 punti). Un bell’alley-oop Thompson-to-Iguodala interrompe sul 10-0 il parziale dei Cavs e il digiuno dei Warriors che durava da 2′ e mezzo, ma Mozgov segna sul possesso successivo tenendo i suoi a +7 con 3′ sul cronometro. Curry segna finalmente da 3, ma è l’altro splash brother a pareggiare i conti: nell’ultimo minuto segna solo Mozgov con un libero e si va negli spogliatoi con 47-46 sul tabellone, perché il replay toglie un punto ai Warriors per la linea da 3 pestata da Thompson. Nell’intervallo Blatt chiede disciplina, mentre Kerr chiede più “ignoranza”. Segna subito James in apertura di terzo quarto, mentre continua il litigio tra Curry e il canestro, grazie anche a una grande difesa di Dellavedova: l’MVP si riscatta ubriacando proprio l’australiano e appoggiando il canestro del 49 pari a 9′ dalla penultima sirena. Shumpert rovina un gran passaggio di James con un laterizio veramente brutto, LeBron prova a rimettersi in proprio ma arriva una clamorosa doppia stoppata di Green. Seguono 2′ e mezzo di siccità offensiva prima del piazzato di Mozgov, 51-49, 6’52” nel quarto, già 13 per il russo. Pino per James ma Cleveland non paga dazio, con Mozgov che abusa di Bogut nella sua area e attira liberi su liberi: 4/4 dalla lunetta, +6 Cavs, 6′ da giocare. LeBron ritorna in campo, costringe Thompson al terzo fallo e fa paniere pieno dalla lunetta: 57-51, 4’35”, si rivede Mike Miller. Thompson si riscatta del fallo precedente con la tripla del -3, ma sul lato opposto James brucia Green in penetrazione per il 59-54. 24 punti nel quarto per i Cavs, 15 per Mozgov, 9 per James, 0 per gli altri. Doppio tecnico Green-Smith, poi l’ex-Knicks torna a tripleggiare su uno dei famosi passaggi di James: 62-56, 2’51”. Le mani tornano a raffreddarsi, doppia infrazione dei 24” per i Cavs, poi ancora Thompson per il -3. Green ruba palla a Dellavedova e lancia Speights in contropiede solitario per la schiacciata… clamorosamente sbagliata! Il terzo quarto si chiude 62-59, Cleveland sta vincendo con il 34% dal campo; mai, prima d’ora, Golden State si era trovata a segnare meno di 60 punti dopo 3 quarti di gioco. Ultima frazione aperta da una tripla con fallo di Thompson: il libero del vantaggio finisce però sul ferro e, sul ribaltamento di fronte, Dellavedova segna i suoi primi 4 punti: 66-62 Cavs. Altra tripla per Thompson (30 punti), James risponde con la stessa moneta: +5 Cavs. La palla gira poco e male nell’attacco di Golden State, Cleveland mantiene basso il ritmo e riesce a controllare la partita: Green commette un duro fallo su James, 1/2 dalla lunetta, 30 anche per lui, 72-66 sul tabellone, 7′ da giocare. Altra infrazione dei 24” per i Cavs, il ferro sputa fuori la tripla di Curry mentre Smith sfrutta il collasso della difesa su James per bruciare la retina dall’arco: +10 Cleveland con 5′ e mezzo da giocare. Tripleggia anche Dellavedova, poi GSW manda segnali di vita a rimbalzo offensivo: canestro di Barnes, 79-70, 4’37”. James forza il quinto fallo di Iguodala poi bombarda da 3 per il +11 a 3’13” dalla sirena. I Warriors tornano a segnare da 3 con Iguodala e il redivivo Curry, poi optano per uno spregiudicato hack-a-Thompson (Tristan, ovviamente) per tornare rapidamente in possesso di palla: dopo 2 liberi dell’MVP di stagione il punteggio recita 85-80, 2′ e mezzo da giocare. Esce il Thompson di Cleveland, torna a segnare quello di Golden State, -3 per i californiani. 2 liberi di James poi boiata di Smith che regala un 2+1 a Barnes: 87-85 CLE, 1’23”. Pasticcio di James che perde quasi palla e sbaglia un tiro forzatissimo, ma i Cavs non pagano dazio in difesa grazie alla grinta di Dellavedova. Shumpert fa air ball e Curry pareggia i conti con una magia delle sue a 7,2” dalla sirena. Ultima palla dei regolamentari a James, penetrazione 1 contro 3, fuori, Thompson manca il tap-in: si resta sull’87 pari e sarà ancora overtime! Shumpert punisce il cambio difensivo su James con una tripla e i liberi di LeBron fanno +5 Cavs con 3’20” da giocare. Green segna 4 punti consecutivi (i suoi primi dal campo) su due rimbalzi offensivi, -1 GSW, 2′ secchi da giocare. La terza infrazione dei 24” per i Cavs dà il via a una serie di inopinate palle perse, poi un esausto James è forzato alla palla a due da Green: il 23 in bianco trattiene il 23 in blu, l’arbitro non vede ma LeBron commette un’ingenuità prendendo la palla con due mani e regalando il possesso ai padroni di casa. Come in gara-1, Curry uccella Smith lucrando il suo sesto fallo e una gita in lunetta: paniere pieno, +1 Warriors, 29,5”. Golden State ha ancora un fallo da spendere, lo userà per forzare il tiro agli avversari o si terrà l’ultimo possesso? James parte per il ferro, ma Green lo stoppa in maniera grandiosa, 22,5″. La palla torna ai Cavs, James torna a penetrare, scarica per la tripla di Jones, errore, rimbalzo di Dellavedova, fallo subito, 2 liberi. Paniere pieno, 94-93 Cleveland, 10,1”. Curry si prende il tiro della vittoria ma il suo step-back colpisce solo aria e finisce nelle mani di James: fallo immediato, 1/2 dalla lunetta, 95-93, 4,4”. Curry sugella la sua prestazione negativa con la palla persa che mette la parola “fine” alla partita. Inaspettata vittoria dei Cavs, che impattano la serie e ribaltano il fattore campo: prima di questa partita, i Warriors avevano perso solo 3 volte tra le mura amiche. Ora si giocheranno 3 partite di seguito alla Quicken Loans Arena di Cleveland e Golden State dovrà espugnarla almeno una volta.

Analisi: partita brutta, sporca e cattiva. James a fine partita dichiarerà: ““If you expect us to play sexy cute basketball, that’s not us right now. Everything is tough and it has to be that for rest of series“. Questo è sicuramente vero per gli incerottati Cavs, ma non per i Warriors, che avrebbero tutto l’interesse a far valere la loro superiorità tecnico-tattica. Invece, chiudono la partita con il 39,8% dal campo e il 22,9% da 3: merito di una grande difesa di Cleveland, ma anche di uno scarso attacco da parte di Golden State. Pochi movimenti senza palla, pochi tagli, poca circolazione di palla: i marchi di fabbrica della squadra ammirata finora si sono visti col contagocce in queste Finals. Eppure, le rare volte in cui emergono, sono più che sufficienti: basti pensare al 15-4 di parziale con cui si è portata al supplementare una partita che li vedeva sotto di 11 punti e con soli 3’14” sul cronometro. Cleveland ha tirato meglio da 3 (33,3%, cifra comunque non esaltante), ma dal campo ha totalizzato un pessimo 32,2%: è rimasta in partita grazie a una serie di cose che non traspaiono dalle statistiche, come il cuore e i “maroni”, e ad altre che invece sul tabellino compaiono, come i 14 rimbalzi offensivi. Nel supplementare, poi, i Cavs hanno subito un calo ma non un crollo come in gara-1 e i Warriors non sono riusciti ad annientarli, pur arrivando a un tiro libero dalla vittoria.

I singoli: Klay Thompson (34 punti, 14/28 dal campo, 4/12 da 3) è sicuramente il migliore dei suoi, anche se cala alla distanza (un solo canestro negli ultimi 10′, supplementare compreso). Curry (19 punti, 5/23 dal campo, 2/15 da 3, 6 rimbalzi, 5 assist, 6 palle perse), invece, delude le aspettative: irriconoscibile al tiro, segna il canestro che porta la partita al supplementare e i liberi dell’ultimo vantaggio Warriors, ma trasforma il tiro della vittoria in un air ball e perde ingenuamente palla sull’ultimo possesso della partita. Barnes (11 punti, 5/10 dal campo, 6 rimbalzi, 5 falli) porta tanta intensità, Green (10 punti, 10 rimbalzi, 5 recuperi, 4 perse, 4 stoppate) mette nel finale di partita tutta l’energia che non aveva messo nei minuti precedenti, mentre Bogut (2 punti, 10 rimbalzi) perde lo scontro diretto con Mozgov ed è protagonista di alcune letture sbagliate in difesa. Escluso Iguodala (7 punti, 6 rimbalzi, 5 assist), autore di un’altra solida prestazione in difesa, delude la panchina: 10 punti complessivi tra Barbosa, Ezeli, Livingston e Speights, quest’ultimo protagonista di una tragicomica schiacciata sbagliata in contropiede solitario. Per quanto riguarda i Cavs, scontato citare James (39 punti, 11/35 dal campo, 3/6 da 3, 16 rimbalzi, 11 assist): tripla doppia nonostante le percentuali non esaltanti, ma quando si giocano 50 minuti (50!!!) con più peso sulle spalle di Atlante, è normale. Senza voler scomodare paragoni pesanti (in tutti i sensi), nella famosa gara-6 delle Finals ’98, Michael Jordan fece 15/35 dal campo… Gli eroi inattesi sono però Mozgov (17 punti, 11 rimbalzi) e Dellavedova: se il russo ripete la buona prestazione offerta in gara-1, mettendo in campo tanta solidità sia fisica che mentale, l’australiano merita un discorso a parte. Il suo box score non è nulla di che: 9 punti, 3/10 dal campo, 5 rimbalzi, 6 palle perse. Però, come ho scritto nell’anteprima, lui è Mr. Intangibles: l’asfissiante difesa su Curry, negandogli ricezioni facili e sfiancandolo nei muscoli e nel cervello, costringe l’MVP a una partita mediocre, toglie fiducia agli avversari e tiene vivo il fuoco dei compagni di squadra. Inoltre, i suoi 3 canestri avvengono in momenti chiave della partita e sa essere freddo quando si trova a tirare i liberi che decidono l’incontro. Se proprio vogliamo guardare i numeri, l’unica statistica capace di rappresentare almeno in parte il contributo di Delly è il +15 di plus/minus. Shumpert (7 punti, 2/11 dal campo, 1/5 da 3) segna un canestro importante nel supplementare e ruba la palla che pone fine all’incontro, Tristan Thompson è importantissimo a rimbalzo (14 di cui 7 offensivi) ma soffre lo small ball avversario (-21 di plus/minus) mentre Smith (13 punti, 5/13 dal campo, 6 falli) è il terzo marcatore dei suoi, ma commette le solite vaccate che rischiano sempre di compromettere la partita. Menzione anche per James Jones: 8 punti e +22 di plus/minus in 22′ di gioco.

Gara-3 si giocherà a Cleveland, quando in Italia saranno le 3 di mercoledì mattina. Stavolta proverò a fare sul serio la diretta Twitter (@entrepans), in ogni caso stay tuned!